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‘Ndrangheta a Torino, i pm “Confermate le condanne”

Pubblicato su “La Sentinella del Canavese” il 9 ottobre 2013

La procura generale non molla Minotauro. Lunedì mattina, nel processo di secondo grado contro 62 presunti affiliati alla ’ndrangheta che hanno scelto il rito abbreviato (più corto e a porte chiuse), il sostituto procuratore generale Elena Daloiso ha chiesto al giudice della Corte d’appello di confermare tutte le condanne stabilite quasi un anno fa dal giudice del primo processo, il gup Cristiano Trevisan. Solo per alcuni imputati il procuratore Daloiso ha chiesto una condanna leggermente inferiore, ma il totale delle richieste sfiora i 400 anni di carcere.

Tra gli imputati accusati di appartenere alla ’ndrangheta, finiti in carcere nell’ambito dell’Operazione Minotauro, scattata all’alba dell’8 giugno 2011 al seguito di un’indagine della Direzione distrettuale antimafia, ci sono molti appartenenti alla locale di Cuorgné. Nei confronti del suo boss, Bruno Iaria, 48 anni, difeso dagli avvocati Claudio D’Alessandro e Ferdinando Terrando, la procura generale ha chiesto di confermare la condanna a 13 anni e sei mesi di reclusione. A sua carico, oltre all’accusa di far parte della ’ndrangheta, ci sono anche quella di porto abusivo di armi (quasi sempre pistole), spaccio di cocaina (attività che dirigeva dando ordine agli altri affiliati), ma anche minacce ed estorsioni ai danni di alcuni imprenditori e artigiani.

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I cani molecolari servono a qualcosa?

Per trovare i cadaveri degli omicidi di ‘ndrangheta a Volpiano nel 1997 verranno usati dei cani molecolari. (fonte)
Nello stesso giorno in cui questo viene deciso la Procura di Bergamo critica l’utilizzo dei cani molecolari nelle ricerche del corpo di Yara Gambirasio ricordando la loro inutilità in un altro caso di cronaca, più recente: la scomparsa di Laura Winkler in Trentino.

Minotauro, accuse più gravi alla politica

Accuse più gravi contro Nevio Coral. La procura è passata all’attacco e ieri nell’aula bunker delle Vallette i sostituti procuratori della Direzione distrettuale antimafia hanno presentato alla corte incriminazioni più specifiche contro l’ex sindaco di Leinì, accusato di concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso.

Il reato resta lo stesso, ma rispetto all’inizio del processo “Minotauro” ci sono nuovi episodi emersi dalle testimonianze. Si tratta della gestione dei cantieri di Coral a Leinì e a Volpiano, con lavori concessi a ditte vicine ad alcuni sospetti «così da permettere alla associazione ‘ndranghetista di consolidare la propria presenza economica sul territorio», scrivono i pm. I casi riguardano la realizzazione di un edificio produttivo della Altair, una delle ditte di famiglia, a Leinì e del centro direzionale della società Coral a Volpiano.

Un altro aspetto che ha trovato conferme nelle udienze è la cessione di appalti della Provana spa, azienda a partecipazione pubblica, alla Canavesana Costruzioni srle altre aziende riconducibili a Giuseppe e Urbano Zucco, esponenti della cosca di Natile di Careri a Torino. La Provana spa sarebbe «di fatto da lui (Coral, ndr) condizionata nelle scelte di ordinariae straordinaria amministrazione». Secondo i pm Coral «otteneva per sé o per altri famigliari voti nelle consultazioni elettorali con ciò consolidando il proprio “potere politico”». La procura porta l’esempio delle elezioni provinciali del 2009 in cui Ivano era candidato: in una cena elettorale del 20 maggio il padre Nevio otteneva dai sospetti ‘ndranghetisti l’impegno a recuperare dei voti in cambio di 24mila euro, di aiuti economici e di appalti. Nel 2011 Nevio Coral, candidato sindaco di Volpiano, otteneva l’appoggio di Franco Violi in cambio di lavori della Provana spa.

I pm Roberto Sparagna e Monica Abbatecola hanno anche chiesto di poter ascoltare Antonino Cuzzola, un pentito finora mai sentito nell’indagine “Minotauro”. Cuzzola in passato è stato in carcere insieme all’imputato Giovanni Vadalà e da lui avrebbe appreso particolari sulla ‘ndrangheta a Chivasso. La corte deciderà nei prossimi giorni se questa nuova testimonianza è utile per il processo.

Comune sciolto per ’ndrangheta, i Coral incandidabili (ma Bertot?)

Una prima volta per il Piemonte e forse per tutto il Nord Italia: due politici dichiarati incandidabili per lo scioglimento del loro Comune per via delle infiltrazioni della ‘ndrangheta. Ne ho scritto su “La Repubblica”, edizione di Torino del 24 aprile 2013.

Incandidabili. Nevio e Ivano Coral, padre e figlio ex sindaci di Leinì, sono stati privati del diritto a farsi eleggere perché ritenuti responsabili dello scioglimento del Comune infiltrato dalla criminalità. Lo ha stabilito nei mesi scorsi il collegio presieduto dal giudice Giovanni Liberati, della prima sezione civile del tribunale di Torino, al termine di un contraddittorio tra il Ministero dell’ Interno (che ha avviato la causa), gli avvocati dei Coral Roberto Macchia e Roberto Cavallo Perin e il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia Sandro Ausiello.

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Marando: Vi porto nel cimitero della ‘ndrangheta

Pubblico qui l’articolo scritto per “La Repubblica”, edizione di Torino di venerdì. L’articolo – per esigenze di spazio – non riportava alcune dichiarazioni interessanti fatte da Rosario Marando (che io ho appuntato su una copia del quotidiano). Qui mi sono permesso di aggiungerle. Un’udienza da brivido. Il clima dell’aula era surreale. Marando, seduto davanti ai giudici, tenuto sotto controllo dagli agenti della polizia penitenziaria, si è lasciato andare, ma con moderazione. Era incalzante nel racconto e quasi teatrale quando premetteva: “Ora ve la dico in dialetto, e poi in italiano”. Le frasi in calabrese erano efficaci, rendevano bene la scena (peccato fossero quasi impossibili da riportare).

Rosario Marando ha aspettato molto prima di svelare i misteri di un triplice omicidio di ‘ndrangheta a Volpiano nel 1997. Solo ieri, prima che il suo avvocato Wilmer Perga cominciasse l’arringa, ha chiesto di parlare. E ha detto di non aver ucciso Franco Mancuso e Antonino e Antonio Stefanelli, suocero e cognato di Francesco “Ciccio” Marando, il cui corpo venne trovato carbonizzato a Chianocco il 3 giugno 1996 (ucciso per debiti di droga), ma ha spiegato di aver partecipato alla sepoltura dei tre cadaveri in un luogo che poteva indicare.

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Omicidi Stefanelli: note ai margini

Gli appunti presi stamattina all’udienza del processo contro Rosario Marando per gli omicidi di Antonio e Antonino Stefanelli e Franco Mancuso nel 1997 a Volpiano. L’imputato ha chiesto di parlare prima del suo avvocato. Ero in aula e ho trascritto alcune sue dichiarazioni qui…

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Domani c’è il mio articolo sull’edizione di Torino de “La Repubblica”.

Parente di un mafioso, arma negata

Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 29 ottobre 2012, uno strano caso valutato dal Tar.

Ha «cattive frequentazioni» e un parente pericoloso: è cognato di Antonio Agresta, il boss della “locale”di ‘ndrangheta a Volpiano condannato a dieci anni e otto mesi di carcere nel processo abbreviato “Minotauro”. Per questi motivi i giudici del Tar di Torino hanno rigettato il ricorso con cui Giuseppe Cosenza chiedeva di annullare gli atti della questura che negano all’uomo il porto di armi.

Una decisione, quella presa dopo l’udienza di giovedì, che contraddice la sentenza emessa dagli stessi magistrati (Vincenzo Salamone, Ofelia Fratamico e Antonino Masaracchia) proprio un anno prima.

Il 13 settembre 2010 la questura aveva annullato la «validità della licenza di porto di fucile per uso tiro a volo» e aveva respinto la richiesta di una nuova licenza per detenere un fucile da caccia, spiegando che mancava il «requisito di affidabilità»: con un’informativa i carabinieri di Volpiano segnalavano che Cosenza frequentava pregiudicati e che suo cognato era «affetto da gravi pregiudizi di natura penale». Eppure, solo un anno fa, i giudici avevano ritenuto insoddisfacenti questi motivi e avevano chiesto alla questura di fornire più dettagli nel caso in cui fossero state fatte altre richieste per il porto di armi. E così è stato fatto.

Quando nel marzo scorso gli uffici di corso Vinzaglio hanno negato le licenze, Cosenza (assistito dall’avvocato Alessia Viola Bart) ha fatto un nuovo ricorso al Tar.

Stavolta sul tavolo dei giudici è arrivato un rapporto dettagliato sugli incontri con pregiudicati nell’arco di dieci anni tra Volpiano e la Locride e una nota dei carabinieri di Volpiano su quel cognato scomodo, Antonio Agresta, «tratto in arresto nell’operazione denominata Minotauro» per associazione a delinquere di stampo mafioso. Non era ancora giunta la condanna del 2 ottobre, ma la notizia dell’arresto è bastata ad aumentare la preoccupazione «su possibili cattivi usi dell’arma facilitati dalle inevitabili frequentazioni con il titolare dell’arma», frequentazioni «non smentite dallo stesso ricorrente».

Per questo ora il Tar afferma che è «complessivamente “non affidabile” per la detenzione di armi».