tribunale di Torino

Anno giudiziario. Occhio alle cifre sulla mafia

Interessante appunto nella lunga relazione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte d’appello del Piemonte.  Nel capitolo 7, dedicato alle tipologie di reati perseguiti nel distretto, il presidente Mario Barbuto scrive proprio di fare attenzione ai valori percentuali “in particolare per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso”.

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Si pensi alla incoerenza di un “senso di soddisfazione” per la diminuzione dei reati di associazione mafiosa del -26% oggi registrata, a fronte al grave allarme dello scorso anno quando per la stessa tipologia di reato si registrò l’incremento percentuale del +400%, influenzato dal Tribunale di Torino che nella citata voce aveva registrato addirittura il +575% di incremento (era evidente la forte influenza delle operazioni Minotauro e Albachiara, di cui si è già detto, processi unici e difficilmente ripetibili).

Già nella relazione dello scorso anno ho avvertito che «le percentuali così elevate devono essere valutate in base ai valori delle cifre assolute». Infatti nell’intero distretto erano stati registrati solo 30 procedimenti (di cui 27 nel Tribunale di Torino e 3 nella Corte d’appello, nessuno altrove), a fronte di 6 procedimenti complessivamente registrati l’anno precedente (2010/2011) e di soli 4 casi nell’anno 2009/2010.

Di fronte a queste cifre Barbuto fa un ammonimento.

Guai se dagli scarni dati statistici si traesse la convinzione che dopo l’impennata dello scorso anno «la mafia è stata debellata», solo perché l’indice statistico è passato dal +400% al -26%.
Non mi resta che ripetere quanto affermato lo scorso anno (ma anche in anni precedenti) a proposito della necessità della «doppia lettura dei dati statistici che possono (e devono) essere analizzati anche in trasparenza con una costante attenzione alle situazioni reali che li hanno generati».

Per gli avvocati dei No Tav è leso il diritto alla difesa

Gli avvocati dei 54 No Tav imputati davanti al Tribunale di Torino per gli scontri dell’estate 2011 hanno diffuso oggi una lettera aperta per segnalare le lesioni al diritto alla difesa: due udienze monstre ogni settimana nell’aula bunker del carcere rendono difficile “un esercizio pieno e sereno del diritto di difesa”, scrivono. Ecco il testo del comunicato.

I sottoelencati difensori, parti processuali nel proc. pen. n. 18038/11 a 54 attivisti NO TAV per i fatti relativi alle manifestazioni del 27/6 e del 3/7/2011, attualmente in corso presso la IV Sezione del Tribunale di Torino, osservano quanto segue:

sin dall’inizio del suddetto processo, complesso per il numero degli imputati, delle persone offese e dei testimoni indicati dalle parti e per la rilevanza sociale della questione sottesa ai fatti per cui è processo, il Collegio difensivo aveva sottolineato la necessità di gestire il dibattimento in termini di normalità ed aveva rilevato, invece, come la scelta di tenere il processo presso l’Aula delle Vallette, con cadenza bisettimanale e con un orario dalle ore 9 alle 17, rendesse sostanzialmente impossibile ai sottoscritti difensori un esercizio pieno e sereno del diritto di difesa. Onde evitare inasprimenti della questione, si è cercata, allora, la via di una conciliazione tra gli interessi in discussione; il tentativo, lungo e faticoso, aveva finalmente prodotto un risultato positivo nell’incontro organizzato del Presidente del Tribunale, in data 3/12/2013 alla presenza del Collegio giudicante, delle parti processuali e del Presidente e della Consigliera Segretaria del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati.

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Bunga bunga, Fede imputato a Torino per aver diffamato Imane Fadil

SavedPicture-201321913755.jpgPubblicato su “La Repubblica”, edizione di Torino del 9 maggio 2013.

In aula ieri lui non c’ era. Ha preferito non apparire. Emilio Fede, imputato di diffamazione, era contumace. In compenso c’ era la sua accusatrice, Imane Fadil, a ribattere alle offese che l’ ex direttore del Tg4 le ha rivolto in tv.

«Era il 17 settembre 2011, guardavo l’ edizione serale», ha detto al giudice Ivana Pane la modella 28enne di origine marocchina e residente a Torino, una delle partecipanti alle “cene galanti” nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore. Fede parlava della ragazza fingendo di non ricordarsi di lei, come ha confermato pure il fratello Tariq. Eppure la giovane conosceva bene Emilio Fede, i due si sentivano quasi tutti i giorni: «Mi aveva pure invitato ad andare in vacanza con lui». Parenti e amici di Imane capirono subito di chi il direttore stesse parlando e telefonarono alla ragazza confermando la sua impressione: parlava proprio di lei. La criticava perché ad agosto la ragazza era andata dal pm per raccontare quanto sapeva delle cene ad Arcore.

Ai primi di settembre si seppe dell’ interrogatorio: «Era il momento in cui era scoppiato quello scandalo», ha detto in aula senza citare il “Bunga bunga” e i festini, a cui lei non ha «mai e poi mai» partecipato. «Avevo sempre i giornalisti sotto casae un settimanale mi aveva offerto 50 mila euro per parlare. Così ho incontrato Fede per dirgli che mi avevano messo in quel pasticcio e gli ho chiesto di aiutarmi a uscirne». Il fatto che la modella avesse raccontato «quello che ho vissuto, la mia verità» indispettì il direttore che nel tg incriminato commentò: «Disse che avevo preso 50mila euro dalla redazione di un giornale. Poi disse che lo avevo minacciato, che gli avevo chiesto dei soldi, che la mia famiglia aveva problemi economici. Per le sue frasi ho solo avuto problemi».

Sparita la pagina Spotted del Palazzo di giustizia

In breve stava diventano una raccolta di pettegolezzi succulenti sugli avvocati (tutto in modo anonimo) e di racconti esilaranti sui processi e sui magistrati. Però il giochetto è terminato in fretta, giusto qualche giorno. Era la pagina Facebook “spotted” del Palazzo di giustizia di Torino. Lo “spotted” è una maniera di mandare messaggi “spot” per comunicare in modo anonimo l’interessamento a uno persona incontrata per caso, di cui non si hanno contatti, nella speranza che lei legga.

La pagina si chiamava “Spotted: Tribunale e Procura di Torino” e fino a domenica pomeriggio aveva poco più di 400 utenti e 40 messaggi circa, quasi tutti indirizzati a praticanti avvocati e avvocatesse incrociate nei corridoi e al bar. Però poi è scomparsa.Schermata 04-2456390 alle 16.56.25

Qualche utente si era posto il dubbio. C’era chi sollevava questioni deontologiche (forse il Consiglio dell’Ordine degli avvocati non avrebbe apprezzato questa pagina…) e chi sollevava questioni sulla privacy: gli amministratori possono leggere i mittenti dei messaggi anonimi e conoscere così gli autori dei messaggi in maniera univoca.

Peccato sia finita. Stava diventando un passatempo per molti giovani avvocati…

“Magistrati, ma precari”. In un libro la protesta dei giudici onorari

Sono i “precari” della giustizia. Li si vede nelle aulette dei tribunali, nel banco in prima fila sulla sinistra, circondati dai faldoni, mentre si occupano di quella miriade di processi “minori” che intasano il sistema ma devono essere portati avanti, perché la giustizia deve fare il suo corso. Sono i vice-procuratori onorari (Vpo) che insieme ai giudici onorari di tribunale (Got) costituiscono un esercito di circa tremila magistrati in carica per pochi anni. “I più atipici degli atipici”, scrivono alcuni Vpo di Torino in un libro appena pubblicato da Round Robin, “Precari (fuori) legge – Ogni giorno in tribunale”, il cui ricavato permetterà ai magistrati di finanziare la causa per ottenere le pensioni. Sì, perché sebbene lavorino per il Ministero della Giustizia, l’ente pubblico non versa loro i contributi pensionistici: “In sintesi non siamo considerati lavoratori dello Stato”, scrivono nel libro.

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Rogo alla Thyssen. Boccuzzi cita l’azienda per il danno punitivo

Parte la causa civile dell’ex operaio e ora deputato Pd contro la multinazionale. Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 29 settembre 2012.

Mentre si aspetta l’inizio del processo d’appello per la tragedia della ThyssenKrupp del 6 dicembre 2007, Antonio Boccuzzi, l’unico operaio sopravvissuto al rogo, ha depositato – tramite i suoi legali dello studio Ambrosio e Commodo – la citazione per la causa civile con cui chiederà alla multinazionale tedesca dell’acciaio un risarcimento milionario per «danno punitivo». Il processo si svolgerà di fronte al giudice della quinta sezione civile del Tribunale di Torino Patrizia Visaggi.

Il «danno punitivo» è una novità che non esiste nell’ordinamento italiano, motivo per cui questa azione legale potrebbe rivelarsi una causa pilota: «È la prima volta in Italia che si chiede il riconoscimento del “danno punitivo” – ha spiegato ieri mattina l’avvocato Renato Ambrosio -, se si eccettua un caso giudicato in Alabama che riguardava un’azienda italiana, un caso di cui si era chiesto il riconoscimento alla Corte di Cassazione». C’è un motivo principale per cui gli avvocati dell’onorevole del Partito democratico hanno deciso di avviare un’azione parallela a quella penale rivolgendosi al giudice civile: «Riteniamo questo un caso unico per la gravità della condotta dell’azienda. Il caso di Boccuzzi è unico e uniche sono le condotte, così come lo è stata la formula del dolo eventuale nella condanna in sede penale. La risposta in sede civile poteva essere solo la richiesta del danno punitivo». L’intenzione è di “colpire” l’azienda nelle sue finanze per disincentivare il risparmio delle aziende nella sicurezza sul lavoro, provocando un effetto pedagogico e deterrente, diminuendo i comportamenti dannosi. «Affrontiamo la causa con umiltà, serietà e determinazione. Dal nostro punto di vista, la risposta civile al dolo eventuale riconosciuto in sede penale dalla Corte d’assise nel 2011 non può che essere una sanzione necessaria per impedire il verificarsi di fatti di tale gravità. La sola azione penale, infatti, non è sufficiente a creare giustizia».

Sarà l’azienda la controparte,e non uno dei suoi dirigenti, come l’amministratore delegato Harald Espenhahn, già condannato in primo grado a 16 anni di reclusione per omicidio con dolo eventuale. La richiesta di risarcimento è molto alta, milionaria, ma l’ex operaio mette in chiaro alcuni aspetti: «Non ne faccio una questione di denaro – ha affermato – ma di diritto, e non mi sono posto un obbiettivo sulla cifra da ottenere. Voglio cercare di tracciare una strada nuova per far sì che il riconoscimento di una somma possa disincentivare i risparmi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro».

Non è reato partecipare a un corteo che degenera

Le motivazioni della sentenza sul processo contro due militanti No Tav. Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 18 settembre 2012.

Partecipare a una manifestazione che degenera e diventa violenta non può portare alla condanna per «concorso morale». Per questo la manifestante No Tav Elena Garberi è stata assolta dall’ accusa di lesioni e resistenza aggravata l’ 11 luglio scorso. Lo afferma il giudice Paola Trovati, presidente della V sezione penale, nelle motivazioni della sentenza per i fatti avvenuti al termine del corteo No Tav del 9 settembre 2011.

In quel processo, invece, è stata condannata a otto mesi di reclusione l’ altra imputata, Marianna Valenti, per resistenza a pubblico ufficiale. Contro di lei c’è la testimonianza chiave di un carabiniere di Susa che ha affermato di averla vista tirare oggetti e di averla seguita, ma ci sono anche le discordanze tra le dichiarazioni rese dall’ imputata dopo l’ arrestoe quelle spontanee fornite alla fine del procedimento. I tre magistrati (oltre Trovati c’ erano anche Diamante Minucci e Alessandra Salvadori) hanno sempre precisato che il processo non ha riguardato «le ragioni o i torti del movimento No Tav o di quello che invece si schiera a favore dell’ alta velocità»: «Garberi Elena e Valenti Marianna non vengono processate perché attiviste No Tav, ma esclusivamente perché accusate di aver partecipato a una legittima manifestazione di dissenso con modalità illegittime». E analizzando i fatti non emergono responsabilità della prima imputata.

Per essere condannata per «concorso morale», come aveva richiesto il pm Nicoletta Quaglino, Garberi, 40 anni, operaia e volontaria nella Croce Rossa difesa dall’ avvocato Gianluca Vitale, avrebbe dovuto istigare, agevolare le violenze o rafforzare il «proposito criminoso» dei partecipanti, ma non ha fatto nulla di tutto ciò, nessuno l’ ha vista comportarsi così, né ci sono prove. Inoltre la resistenza alle forze dell’ ordine e i lanci di oggetti non erano «un’ azione comune coralmente preordinata e condivisa» in cui i tutti i presenti cooperavano «quanto meno con incitamenti e slogan a sostegno e rafforzamento dell’ azione violenta altrui». La manifestazione «coinvolse persone aventi diverse matrici ideologiche, unite da un medesimo scopo, ma prive di unitaria sintonia di pensiero e di azione», motivo per cui bisogna «operare distinzioni tra coloro che intendevano dar legittimamente corpo, voce e visibilità a un movimento, e coloro che intendevano manifestare il loro dissenso in modo illegittimo».

 

Per anni violentata dallo zio, ma nella sua famiglia nessuno le crede

La donna ha trovato la forza di denunciare le molestie subite da bambina soltanto dopo essersi sposata. L’uomo è stato condannato a 4 anni per gli abusi sulla sorella della giovane: i reati contro di lei erano infatti prescritti. Da “La Repubblica”, edizione di Torino ed edizione on-line del 21 luglio 2012.
A lungo Luisa (nome di fantasia, ndr) ha dovuto sopportare in silenzio gli abusi e le molestie dello zio. Per anni nessuno le ha creduto, neppure i genitori: dicevano che erano fantasie di una bambina e di smetterla di raccontare bugie. Così per anni si è tenuta tutta dentro, ma dopo essersi sposata ha trovato il forza di denunciare le violenze subite e alla fine mercoledì ha ottenuto giustizia: l’uomo, un sessantunenne del Canavese, è stato condannato a quattro anni di carcere dal tribunale di Torino per l’accusa di violenza sessuale su minori.

Aveva solo undici anni quando gli abusi sono cominciati. Era il 1996 e le molestie sono proseguite fino al 2001. Tutti gli episodi sono avvenuti nella casa dello zio, quando lei andava coi genitori a trovare i parenti, oppure durante le vacanze nel paese di origine in Calabria. Nel frattempo, tra il 1998 e il 1999, lo zio aveva messo gli occhi pure sulla sorella, di otto anni più giovane. Luisa aveva provato a raccontare tutto ai suoi genitori, ma nella sua famiglia nessuno voleva ascoltarla. Alla fine si è rivolta solo agli assistenti sociali e ha tagliato i ponti con i parenti. Poi Luisa ha aspettato molto prima di denunciare tutto ai carabinieri. Ci è riuscita solo nel 2008, a 23 anni, poco dopo essersi sposata.
Sulla base di quella denuncia la Procura aveva cominciato un’indagine che, però, non riusciva a portare avanti: a distanza di anni era troppo difficile ottenere prove utili per imbastire un processo. È stato trovato solo un documento scritto dagli assistenti sociali a cui Luisa si era rivolta.

Nonostante quella prova però l’inchiesta è rimasta ferma per molto tempo e così il sostituto procuratore generale Vittorio Corsi ha deciso di prenderla in carico e portarla avanti fino al processo. Eppure neanche il dibattimento è stato facile: i parenti, chiamati a testimoniare, negavano tutto. Per loro Luisa e la sorella non avevano mai subito violenze dallo zio, né avevano mai raccontato nulla di simile. Per i familiari Luisa (assistita dall’avvocato Annalisa Baratto) era una bugiarda. A rendere più difficile il processo è intervenuta anche la prescrizione per la maggior parte degli episodi denunciati, ma non per quelli più recenti a danno della sorella minore, per i quali lo zio di Luisa ha ricevuto una pena di quattro anni. “Anche se non è stato condannato direttamente per quello che ha fatto a lei  –  ha spiegato l’avvocato Baratto  –  per la mia assistita è stato importante sentire condannare lo zio per quanto accaduto alla sorella”.

No Tav, arriva la prima sentenza Solo una donna condannata

Una delle prime sentenze per le manifestazioni No Tav del 2011. Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 12 luglio 2012.

È una prima sentenza importante per il nuovo ciclo delle proteste No Tav cominciate lo scorso anno. Una sentenza a metà, che condanna per un episodio, ma assolve per molti altri. Ieri mattina il Tribunale ha inflitto una pena a otto mesi di reclusione a Marianna Valenti, 21 anni, militante No Tav, per l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale. La giovane è stata assolta dall’accusa di lesioni, mentre è stata assolta su tutta la linea Elena “Nina” Garberi, di 40 anni. Le due erano state arrestate il 9 settembre 2011 dopo una manifestazione davanti al cantiere del tunnel geognostico della Maddalena per la linea Torino-Lione.

La protesta era sfociata in alcuni scontri e le due donne erano state prese e tenute in carcere per tredici giorni. Poi Garberi e Valenti avevano avuto i domiciliari la prima e l’obbligo di dimora la seconda, misure attenuate all’inizio del processo con il divieto di dimora a Chiomonte e Giaglione, annullato solo il 7 giugno. Il processo contro di loro è cominciato il 4 aprile scorso e è terminato nel giro di tre mesi. La corte tutta al femminile, presieduta dal giudice Paola Trovati, affiancata da Alessandra Salvadori e Diamante Minucci, ha avuto un’attenzione costante ai fatti.

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