sicurezza sul lavoro

Giannino, Eternit, Thyssen e il nocciolo della questione

In un’intervista all’agenzia di stampa parlamentare Public Policy Oscar Giannino torna a parlare dei problemi legati al mondo dell’industria e alla giustizia. Ancora una volta torna a commentare le sentenze ThyssenKrupp ed Eternit

D. E QUALI SONO I RISCHI CONCRETI, PER IL SISTEMA INDUSTRIALE, E PIÙ IN GENERALE PER IL MONDO PRODUTTIVO?
R.
Di fronte a normative di questo tipo, in produzioni sensibili, i gruppi internazionali cancellano l’Italia dalla carta geografica.

La cancellano per quello che sta succedendo all’Ilva, per sentenze come quelle della Thyssen, per le pene irrogate nel processo Eternit. Tutte vicende dolorosissime, senza dubbio, dal punto di vista dei danni alla popolazione e alla sicurezza. Ma il cui effetto diventa impossibilità della politica di sfidare la demagogia imperante. Il risultato è che siamo l’unico Paese al mondo in cui succedono queste cose.

Le domande che Giannino dovrebbe porsi sono altre: perché queste tragedie, come quella dell’Ilva, sono accadute in Italia? Sono state provocate dalla “demagogia imperante” o dalla magistratura? Sono state provocate dalla mancanza di attenzione alla salute e all’ambiente, provocata dall’assenza di politici sveglie e sfruttata prontamente dagli imprenditori? L’Italia deve avere le condizioni lavorative del Bangladesh per attrarre investimenti esteri?

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“Scelta sciagurata” dell’ad ThyssenKrupp. Le motivazioni della sentenza

Il 6 dicembre 2007 un incendio nello stabilimento torinese del gruppo tedesco uccise sette operai. Harald Hespenhahn, condannato con altri cinque dirigenti, sapeva del rischio ma “decise di azzerare ogni intervento di prevenzione”, in vista del trasferimento della produzione a Terni. Da ilfattoquotidiano.it del 15 novembre 2011.

Conosceva i rischi, ma azzerò la prevenzione e la sicurezza. Una scelta “sciagurata”, ma consapevole. Per questo Harald Espenhahn, amministratore delegato della ThyssenKrupp in Italia, è stato condannato a 16 anni e sei mesi di reclusione per “omicidio con dolo eventuale”, una sentenza storica per gli incidenti mortali sul lavoro. Lo scrive il giudice a latere Paola Dezani della seconda sezione penale della Corte d’assise di Torino nelle motivazioni della sentenza per l’incendio del 6 dicembre 2007 sulla linea 5 dello stabilimento in cui morirono sette operai. Oltre all’ad tedesco erano stati condannati altri cinque dirigenti della società: Mario Pucci,Gerald PriegnitzDaniele MoroniRaffaele Salerno e Cosimo Cafueri. Contro di loro invece l’accusa, rappresentata dai pm Raffaele GuarinielloLaura Longo e Francesca Traverso, aveva contestato il reato di omicidio colposo. A tutti, inoltre, erano contestati “rimozione e omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro” e l’incendio colposo aggravato.

Stando a quanto scritto nelle 504 pagine depositate ieri in cancelleria, Espenhahn decise di non fare nulla per la sicurezza degli incendi confidando nei suoi collaboratori, “decidendo di azzerare qualsiasi intervento di ‘fire prevention’ e di continuare la produzione in quelle condizioni”. Perché per l’impianto torinese era già prevista la chiusura, con trasferimento della produzione nello stabilimento di Terni. La situazione complessiva e “gli elementi di conoscenza ed all’alto grado della consapevolezza” dell’ad tedesco inducono “la Corte a ritenere che certamente Espenhahn si fosse ‘rappresentato’ la concreta possibilità, la probabilità del verificarsi di un incendio, di un infortunio anche mortale sulla linea 5 di Torino, e che altrettanto certamente, omettendo qualsiasi intervento di ‘fire prevention’ in tutto lo stabilimento e anche sulla linea 5 e anche nella zona di entrata della linea 5, ne avesse effettivamente accettato il rischio”.

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