rocco varacalli

Minotauro, sentenza in arrivo

Pubblicato su La Sentinella del Canavese del 20 novembre 2013

Il verdetto sarà dopodomani. Venerdì gli imputati del processo “Minotauro”, il grande processo contro la ‘ndrangheta nella provincia torinese, sapranno se sono colpevoli di far parte dell’organizzazione criminale, di averla sostenuta o di aver commesso “solo” reati più semplici. È stato un processo lungo questo fatto con il rito ordinario nell’aula bunker del carcere “Le Vallette” di Torino, cominciato il 26 ottobre dell’anno scorso e proseguito con ritmi elevati, un tour de force che per mesi ha obbligato magistrati, avvocati, cancellieri, carabinieri del servizio d’ordine e polizia penitenziaria a fare tre udienze a settimana. Adesso però siamo al traguardo finale. Venerdì dopo le eventuali repliche dei pm alle difese degli avvocati, concluse a metà ottobre, i giudici, della Terza sezione penale del tribunale di Torino (Paola Trovati, Diamante Minucci e Alessandra Salvadori) decideranno sulle condanne. A luglio la Direzione distrettuale antimafia ne ha chieste 73 per pene fino ai 21 anni di carcere.

Sarà una sentenza importante per il Canavese, dove gli investigatori – grazie alle dichiarazioni dei pentiti come Rocco Varacalli e Rocco Marando – hanno individuato tre locali di ‘ndrangheta situate a Cuorgnè, dove regnava Bruno Iaria, a San Giusto, a Volpiano e a Chivasso, senza dimenticare la “bastarda” attiva tra Salassa e Castellamonte, una ‘ndrina non “riconosciuta” dai vertici centrali dell’organizzazione criminale calabrese. Gli inquirenti hanno potuto collegare tra di loro episodi di minacce, omicidi, estorsioni, traffici di droga, detenzione di armi da fuoco, appalti truccati e influenze politiche, dei punti che uniti hanno dato una nuova immagine del crimine nella provincia di Torino. «È emersa la sussistenza e la gravità dei reati e la responsabilità degli imputati – aveva detto al termine della richieste delle condanne il procuratore aggiunto Sandro Ausiello, capo della Direzione distrettuale antimafia -. Queste udienze hanno evidenziato la pericolosità del sodalizio criminoso che non permette a nessuno di sottovalutare il fenomeno, di relegarlo a malcostume o a fenomeno di folklore regionale».  Non solo violenza, ma un fenomeno evoluto che secondo la Procura ha influenzato l’economia ma pure la politica e le amministrazioni, come dimostrerebbero i casi Leinì e Rivarolo. Il primo comune, retto da Nevio Coral prima e dal figlio Ivano dopo, e il secondo, amministrato da Fabrizio Bertot (Pdl), sono stati commissariati per le infiltrazioni malavitose nella loro gestione, con appalti concessi ad aziende mafiose in cambio di appoggi. Per Nevio Coral, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, i pm hanno chiesto una condanna a dieci anni. Per l’ex segretario comunale di Rivarolo invece i magistrati hanno chiesto una pena di sette anni per il voto di scambio politico-mafioso a sostegno di Bertot. È andato vicino al commissariamento pure Chivasso, le cui elezioni del 2011 sono state inquinate dal sostegno della ‘ndrangheta all’Udc. Sull’ex assessore comunale della giunta Fluttero (Pdl) ed ex vicesegretario cittadino dell’Udc, Bruno Trunfio, pesa una richiesta di condanna a 13 anni.

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Marando: Vi porto nel cimitero della ‘ndrangheta

Pubblico qui l’articolo scritto per “La Repubblica”, edizione di Torino di venerdì. L’articolo – per esigenze di spazio – non riportava alcune dichiarazioni interessanti fatte da Rosario Marando (che io ho appuntato su una copia del quotidiano). Qui mi sono permesso di aggiungerle. Un’udienza da brivido. Il clima dell’aula era surreale. Marando, seduto davanti ai giudici, tenuto sotto controllo dagli agenti della polizia penitenziaria, si è lasciato andare, ma con moderazione. Era incalzante nel racconto e quasi teatrale quando premetteva: “Ora ve la dico in dialetto, e poi in italiano”. Le frasi in calabrese erano efficaci, rendevano bene la scena (peccato fossero quasi impossibili da riportare).

Rosario Marando ha aspettato molto prima di svelare i misteri di un triplice omicidio di ‘ndrangheta a Volpiano nel 1997. Solo ieri, prima che il suo avvocato Wilmer Perga cominciasse l’arringa, ha chiesto di parlare. E ha detto di non aver ucciso Franco Mancuso e Antonino e Antonio Stefanelli, suocero e cognato di Francesco “Ciccio” Marando, il cui corpo venne trovato carbonizzato a Chianocco il 3 giugno 1996 (ucciso per debiti di droga), ma ha spiegato di aver partecipato alla sepoltura dei tre cadaveri in un luogo che poteva indicare.

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Stasera a Torino diritti, polizia e ‘ndrangheta

SdP

Due appuntamenti stasera:

– All’Hiroshima Mon Amour Amnesty international organizza un incontro su “Diritti umani e polizia in Italia”, insieme a Lorenzo Guadagnucci, giornalista italiano che durante il G8 di Genova del 2001 si trovò all’interno della scuola Diaz al momento dell’irruzione della polizia, e gli avvocati Gianluca Vitale e Massimo Pastore (vai alla pagina Facebook dell’evento).

– Alla Fabbrica delle E in corso Trapani “Benvenuti in Italia” organizza la presentazione del libro di Rocco Varacalli, “Sono un uomo morto” (Chiarelettere 2013). Partecipano il co-autore Federico Monga. Tra gli ospiti Roberto Tricarico, consigliere comunale membro della Commissione antimafia (vai alla pagine Facebook dell’evento).

Torino, azienda in odore di ‘ndrangheta nei lavori della stazione di Porta Susa

Nella ristrutturazione dello scalo ferroviario le “opere murarie” sono state realizzate dalla Edil International srl di Sebastiano Pipicella, coinvolto in diverse inchieste contro la criminalità calabrese e zio del pentito Rocco Varacalli. Respinto dal Tar il ricorso dell’azienda contro l’interdittiva antimafia. Da ilfattoquotidiano.it del 12 giugno 2012.

La nuova stazione di Torino Porta Susa è stata realizzata anche da un’impresa il cui titolare è coinvolto in inchieste di ‘ndrangheta. Il subappalto per “l’esecuzione di opere murarie e di assistenza muraria” è stato affidato il 3 luglio scorso dal consorzio Torino Opere Uno Consortile a.r.l. (a cui Rfi aveva affidato i lavori) alla Edil International s.r.l., impresa di cui è amministratore unico Sebastiano Pipicella. Pipicella è stato indagato e poi prosciolto nell’indagine “Minotauro” – la più grande inchiesta sulla ndrangheta in Piemonte, con 170 persone che a breve andranno a processo – ma è anche lo zio del collaboratore di giustizia Rocco Varacalli, su cui avrebbe esercitato forti pressioni.

La vicenda è stata svelata da una sentenza del Tar del Piemonte, citata da Torino Cronaca Qui. Il 18 maggio scorso i giudici amministrativi hanno respinto il ricorso della Edil International s.r.l. contro l’interdittiva antimafia della Prefettura del 13 dicembre 2011 con cui si revocano tutti i subappalti della società di Pipicella. La sentenza rivela alcuni contenuti del documento prefettizio in cui si legge che “sussistono elementi che fanno ritenere possibili tentativi di infiltrazione mafiosa da parte della criminalità organizzata tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della stessa”. I giudici ricordano pure i procedimenti penali che hanno coinvolto l’amministratore dell’azienda: Pipicella è stato destinatario, nel 2002, di una richiesta di arresto per sequestro di persona (“respinta per mancanza del connotato intimidatorio della condotta”), mentre al momento dell’informativa risultava ancora indagato nell’inchiesta “Minotauro” per aver tentato di convincere il nipote a ritrattare le dichiarazioni rese. Inoltre, così i magistrati riassumono l’informativa, “è ampiamente documentata la partecipazione del Pipicella a incontri e riunioni con soggetti attinti da custodia cautelare in relazione a fatti integranti il reato di cui all’art. 416 bis c.p.”. Tuttavia, si apprende dalla procura, mancano le prove di una sua affiliazione alla ‘ndrangheta.

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