risarcimento

Insulti nazisti e sessisti su Facebook. Donna offesa chiede i danni

Offesa sul social network, una donna si rivolge a un avvocato per tutelare la sua immagine e va contro l’azienda, che non ha censurato i gravi insulti. Da “La Repubblica”, edizione di Torino e on-line del 4 agosto 2012.

A Facebook ieri è arrivata una richiesta. Non una richiesta d’amicizia, ma una richiesta di risarcimento danni d’immagine. Gliel’ha inviata l’avvocato Silvio Bolloli di Alessandria per un semplice motivo.

Mentre – ad esempio – vengono eliminate dal social network le fotografie di donne che allattano, non vengono cancellati da Facebook insulti e foto con commenti ingiuriosi nonostante l’uso di pulsanti per segnalare la violazione delle regole. È successo a una sua cliente, una donna di Alessandria presa di mira sul sito da tre persone: malgrado lei e i suoi amici abbiano cliccato più volte sui pulsanti «È causa di molestie nei miei confronti», «Contenuti grafici violenti» o «Discorso o simbolo di odio», i messaggi e le foto sono rimasti lì.

«È possibile diffondere contenuti di questo genere senza nessuno tipo di controllo?», si chiede Bolloli. Non è escluso che in futuro si passi alla denuncia penale contro il sito per concorso in diffamazione: «Non è un’idea peregrina, ma per il momento non abbiamo querelato il responsabile legale», spiega.

A insultare la donna sono tre persone con profili dai nomi inventati, vietati secondo le impostazioni, e con chiari riferimenti politici: «Forno libero», «Pulizia etnica» e «Nazional socialista».

Neonazisti dietro ai quali si celerebbero persone reali denunciate alla polizia postale per diffamazione e minacce. «Facebook non ha neanche meccanismi di autocontrollo per impedire questi comportamenti. Dà un supporto agli utenti, se ne abusano la struttura dovrebbe intervenire, ma Facebook non lo fa. Sta diventando una sorta di terra di nessuno senza freni, un far west».

La donna potrebbe essere stata presa di mira per aver scritto un comunicato con cui un gruppo di tifosi dell’Alessandria, gli “Ultras grigi”, si dissociava dagli autori di una sparatoria su cui la procura di Alessandria sta ancora indagando. Il 26 ottobre scorso loro, un ex capo ultras e suo figlio, avevano litigato con un uomo di 31 anni, a cui poi avevano sparato proiettili di plastica. Dopo il loro arresto da parte della squadra mobile si era diffusa la notizia del loro legame coi tifosi dell’Alessandria, smentita dagli “Ultras grigi”: «Non è in nessun modo riconducibile alla gradinata Nord né tanto meno al gruppo degli ultras Alessandria 1974. Gli aggressori sono da anni del tutto lontani e addirittura in conflittualità con il mondo del tifo organizzato», era scritto nel comunicato, che deve aver dato fastidio a qualcuno. Così una foto della donna è finita sulle pagine del profilo di «Pulizia etnica» e «Nazional socialista», che con «Forno Libero» hanno scritto pesanti commenti, poi segnalati alla diretta interessata.

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Morì di Aids per la trasfusione, 1,5 milioni agli eredi

Sono passati vent’ anni dalla morte del loro congiunto e solo adesso gli eredi potranno ottenerei risarcimenti. Glielo ha comunicato venerdì il Policlinico San Matteo di Pavia, condannato col ministero della Salute dalla Corte di Appello di Torino a pagare 1,5 milioni di danni per la trasfusione di sangue infetto da Hiv che provocò la morte dell’ uomo nel 1992. Si tratta di uno degli otto risarcimenti più alti mai raggiunti in Italia per una caso di trasfusioni. La sentenza – emessa a novembre dalla sezione civile – ha riconosciuto la responsabilità del Ministero (così come volevano gli avvocati della famiglia, Renato Ambrosio e Stefano Bertone) per non aver dato disposizioni sul controllo dei donatori di sangue.

Nel 1985 l’ uomo, un piccolo imprenditore alessandrino, fu sottoposto a un intervento di bypass aorto-coronarico e a molte trasfusioni di sangue. Per lui fu utilizzato anche sangue infetto da Hiv. «Già all’ epoca del contagio – scrivono i giudici Paolo Prat, Renata Silva e Tiziana Maccarrone – si sarebbe potuto conseguire il risultato di prevenire l’ insorgere dell’ infezione da Hiv proprio con l’ utilizzo di un test», il cosiddetto test Elisa già utilizzato in molti stati europei. Sebbene fosse in fase sperimentale, permetteva di individuare il virus «con un margine di errore del solo 30 per cento». Eppure il Ministero non fece nessun intervento significativo nell’ ambito delle trasfusioni. L’ uomo si ammala. A fine anni Ottanta inizia a perdere peso e ad avere i primi sintomi della sindrome da immunodeficienza acquisita. Nel maggio 1991 gli diagnosticano l’ Aids e nel febbraio 1992, all’ età di 59 anni, dopo circa 300 giorni di sofferenze, muore.

Nel 1997 i familiari chiedono un indennizzo al ministero e due anni dopo ottengono 150 milioni di lire, ma hanno il diritto a un risarcimento. Si rivolgono agli avvocati Ambrosio e Bertone, che cominciano una loro indagine con cui risalgono alla causa dell’ infezione: le trasfusioni effettuate durante gli interventi a Pavia. Nell’ aprile 2007 il Tribunale di Torino cita il Ministero e il Policlinico e due anni dopo li condanna a risarcire un milione e mezzo di euro. I due enti fanno ricorso, ma dopo la conferma della condanna capiscono che in Cassazione avrebbero poche speranze, così decidono di pagare. Venerdì il Policlinico ha emesso il mandato per il pagamento della sua quota, 800 mila euro, ed entro la metà di settembre il Ministero dovrebbe fare lo stesso.

Thyssen, a 7 mesi dalla condanna ancora nessun risarcimento alle famiglie

Si tratta dei pagamenti provvisionali, cioè gli anticipi sui rimborsi disposti dalla sentenza del 15 aprile scorso, con cui sono stati condannati l’ad Harald Espenhahn e altri cinque dirigenti dell’acciaieria tedesca. “Ho provato in tutte le maniere, sollecitando a voce i legali degli imputati, e anche per iscritto, ma ancora non è avvenuto niente – spiega l’avvocato Bonetto. Da ilfattoquotidiano.it del 3 dicembre 2011.

A più di sette mesi dalla condanna e a quattro anni dalla tragedia di Torino, la ThyssenKrupp non ha ancora rimborsato gli ex operai e alcuni familiari delle vittime come imposto dai giudici. Si tratta dei pagamenti provvisionali, cioè gli anticipi sui rimborsi disposti dalla sentenza del 15 aprile scorso, con cui sono stati condannati l’ad Harald Espenhahn e altri cinque dirigenti dell’acciaieria tedesca. Oltre all’accusa di omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, i pm Raffaele Guariniello, Laura Longo e Francesca Traverso hanno recriminato al primo i reati di omicidio e incendio volontari con colpa cosciente; e per gli altri omicidio e incendio colposo.

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