Nevio Coral

Minotauro decapitato. 36 condanne, due i politici

Pubblicato il 23 novembre 2013 su “Il Fatto quotidiano”.

A Torino e nella provincia la ’ndrangheta c’è. Esiste e ha rapporti con alcuni politici e amministratori. Lo dimostra la sentenza del processo “Minotauro” di ieri. La sentenza è stata letta ieri, in mezz’ora, dalla presidente della V sezione penale Paola Trovati: sono 36 le condanne su 74 imputati, per un totale di 266 anni di carcere. Tra i condannati ci sono anche personaggi di rilievo. C’è Nevio Coral, ex sindaco di centro-destra a Leinì, comune sciolto per infiltrazioni mafiose: è stato condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa e dovrà risarcire le amministrazioni di Leinì e di Volpiano, dove era consigliere comunale. Una condanna a sette anni per associazione mafiosa è quella data a Bruno Trunfio, esponente della ’ndrina di Chivasso, dove è stato ex assessore ai lavori pubblici ed ex segretario cittadino dell’Udc. Condannato a 14 anni Salvatore “Giorgio” De Masi, ritenuto capo della cosca di Rivoli. Come ha ricordato il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli all’inizio della requisitoria di giugno, al boss si sono rivolti sei politici in cerca di un sostegno elettorale: l’ex parlamentare dell’Idv Gaetano Porcino, il consigliere regionale Pd Nino Boeti, l’ex assessore Idv ad Alpignano Carmelo Tromby, l’ex parlamentare Pd Mimmo Lucà, il sindaco di Cirié Francesco Brizio Falletti e il figlio di Porcino, Giovanni, ex consigliere comunale a Torino. I tre imputati sono stati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici.
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Minotauro, sentenza in arrivo

Pubblicato su La Sentinella del Canavese del 20 novembre 2013

Il verdetto sarà dopodomani. Venerdì gli imputati del processo “Minotauro”, il grande processo contro la ‘ndrangheta nella provincia torinese, sapranno se sono colpevoli di far parte dell’organizzazione criminale, di averla sostenuta o di aver commesso “solo” reati più semplici. È stato un processo lungo questo fatto con il rito ordinario nell’aula bunker del carcere “Le Vallette” di Torino, cominciato il 26 ottobre dell’anno scorso e proseguito con ritmi elevati, un tour de force che per mesi ha obbligato magistrati, avvocati, cancellieri, carabinieri del servizio d’ordine e polizia penitenziaria a fare tre udienze a settimana. Adesso però siamo al traguardo finale. Venerdì dopo le eventuali repliche dei pm alle difese degli avvocati, concluse a metà ottobre, i giudici, della Terza sezione penale del tribunale di Torino (Paola Trovati, Diamante Minucci e Alessandra Salvadori) decideranno sulle condanne. A luglio la Direzione distrettuale antimafia ne ha chieste 73 per pene fino ai 21 anni di carcere.

Sarà una sentenza importante per il Canavese, dove gli investigatori – grazie alle dichiarazioni dei pentiti come Rocco Varacalli e Rocco Marando – hanno individuato tre locali di ‘ndrangheta situate a Cuorgnè, dove regnava Bruno Iaria, a San Giusto, a Volpiano e a Chivasso, senza dimenticare la “bastarda” attiva tra Salassa e Castellamonte, una ‘ndrina non “riconosciuta” dai vertici centrali dell’organizzazione criminale calabrese. Gli inquirenti hanno potuto collegare tra di loro episodi di minacce, omicidi, estorsioni, traffici di droga, detenzione di armi da fuoco, appalti truccati e influenze politiche, dei punti che uniti hanno dato una nuova immagine del crimine nella provincia di Torino. «È emersa la sussistenza e la gravità dei reati e la responsabilità degli imputati – aveva detto al termine della richieste delle condanne il procuratore aggiunto Sandro Ausiello, capo della Direzione distrettuale antimafia -. Queste udienze hanno evidenziato la pericolosità del sodalizio criminoso che non permette a nessuno di sottovalutare il fenomeno, di relegarlo a malcostume o a fenomeno di folklore regionale».  Non solo violenza, ma un fenomeno evoluto che secondo la Procura ha influenzato l’economia ma pure la politica e le amministrazioni, come dimostrerebbero i casi Leinì e Rivarolo. Il primo comune, retto da Nevio Coral prima e dal figlio Ivano dopo, e il secondo, amministrato da Fabrizio Bertot (Pdl), sono stati commissariati per le infiltrazioni malavitose nella loro gestione, con appalti concessi ad aziende mafiose in cambio di appoggi. Per Nevio Coral, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, i pm hanno chiesto una condanna a dieci anni. Per l’ex segretario comunale di Rivarolo invece i magistrati hanno chiesto una pena di sette anni per il voto di scambio politico-mafioso a sostegno di Bertot. È andato vicino al commissariamento pure Chivasso, le cui elezioni del 2011 sono state inquinate dal sostegno della ‘ndrangheta all’Udc. Sull’ex assessore comunale della giunta Fluttero (Pdl) ed ex vicesegretario cittadino dell’Udc, Bruno Trunfio, pesa una richiesta di condanna a 13 anni.

Ciccia si pente e racconta la ’ndrangheta

Pubblicato su “La Sentinella del Canavese” il 14 ottobre 2013

Un uomo serio, meritevole, a disposizione della criminalità organizzata. «Dobbiamo dargli la “Santa” a Nico Ciccia – dice il boss della ‘ndrangheta a Cuorgné Bruno Iaria del suo sottoposto, che deve salire di grado – è un ragazzo che la merita, Ciccia Nico è un ragazzo disponibile, lui è un ragazzo che ce l’ha nel sangue».

Il boss descriveva così, nell’aprile del 2008, Nicodemo Ciccia, nato a Mammola, in provincia di Reggio Calabria, il 12 ottobre del 1971, ma residente da anni a Favria, dove faceva parte della ’ndrangheta, componente della locale di Cuorgné affiliato nel carcere di Saluzzo nel 2005. A 5 anni da quell’intercettazione captata sulla Golf di Iaria Ciccia è cambiato. Ha deciso di pentirsi e di lasciare la sua vita da criminale dopo aver patteggiato la condanna a un anno e undici mesi nel processo Minotauro (era uno degli arrestati all’alba dell’8 giugno 2011) e dopo essere stato arrestato ancora una volta il 6 settembre scorso per un’estorsione a un imprenditore canavesano a cui Ciccia e due complici avevano chiesto 200mila euro. Una volta in carcere, ancora una volta chiuso in cella, ha riflettuto e ha deciso di collaborare con la giustizia. (altro…)

Minotauro, al vaglio la posizione del politico

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Processo Minotauro: massima attenzione dei pm durante la requisitoria del sostituto procuratore Giuseppe Riccaboni riguardante l’ex sindaco di Leinì Nevio Coral, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per i suoi legami e i suoi affari con esponenti della ’ndrangheta a Torino.

Riepilogando l’intreccio affaristico, di scambi di favori, supporto elettorale in cambio di lavori, Riccaboni ha affermato; “Non è un’infiltrazione, ma è un’occupazione militare di tipo mafioso”. In questo magma si sono poi creati talmente tanti conflitti di interesse al punto che  “mi sembra di essere a Milano Segrate, ma siamo solo a Leinì”.

Politica e ‘ndrangheta, la lista nera di Caselli

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Pubblicato su “La Repubblica”, edizione di Torino del 27 giugno 2013

Un duro attacco alle connivenze tra politici e ‘ndranghetisti, soprattutto alla superficialità e all’opportunismo dei primi. Lo ha fatto il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli, che è intervenuto ieri mattina nell’ aula bunker delle Vallette per il processo “Minotauro” proprio nel trentesimo anniversario dall’ uccisione del giudice Bruno Caccia: «È stato proprio a Torino che il 26 giugno di trent’anni fa la ‘ndrangheta uccideva il procuratore capo Bruno Caccia», ha ricordato nella sua requisitoria.

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Minotauro, accuse più gravi alla politica

Accuse più gravi contro Nevio Coral. La procura è passata all’attacco e ieri nell’aula bunker delle Vallette i sostituti procuratori della Direzione distrettuale antimafia hanno presentato alla corte incriminazioni più specifiche contro l’ex sindaco di Leinì, accusato di concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso.

Il reato resta lo stesso, ma rispetto all’inizio del processo “Minotauro” ci sono nuovi episodi emersi dalle testimonianze. Si tratta della gestione dei cantieri di Coral a Leinì e a Volpiano, con lavori concessi a ditte vicine ad alcuni sospetti «così da permettere alla associazione ‘ndranghetista di consolidare la propria presenza economica sul territorio», scrivono i pm. I casi riguardano la realizzazione di un edificio produttivo della Altair, una delle ditte di famiglia, a Leinì e del centro direzionale della società Coral a Volpiano.

Un altro aspetto che ha trovato conferme nelle udienze è la cessione di appalti della Provana spa, azienda a partecipazione pubblica, alla Canavesana Costruzioni srle altre aziende riconducibili a Giuseppe e Urbano Zucco, esponenti della cosca di Natile di Careri a Torino. La Provana spa sarebbe «di fatto da lui (Coral, ndr) condizionata nelle scelte di ordinariae straordinaria amministrazione». Secondo i pm Coral «otteneva per sé o per altri famigliari voti nelle consultazioni elettorali con ciò consolidando il proprio “potere politico”». La procura porta l’esempio delle elezioni provinciali del 2009 in cui Ivano era candidato: in una cena elettorale del 20 maggio il padre Nevio otteneva dai sospetti ‘ndranghetisti l’impegno a recuperare dei voti in cambio di 24mila euro, di aiuti economici e di appalti. Nel 2011 Nevio Coral, candidato sindaco di Volpiano, otteneva l’appoggio di Franco Violi in cambio di lavori della Provana spa.

I pm Roberto Sparagna e Monica Abbatecola hanno anche chiesto di poter ascoltare Antonino Cuzzola, un pentito finora mai sentito nell’indagine “Minotauro”. Cuzzola in passato è stato in carcere insieme all’imputato Giovanni Vadalà e da lui avrebbe appreso particolari sulla ‘ndrangheta a Chivasso. La corte deciderà nei prossimi giorni se questa nuova testimonianza è utile per il processo.

Comune sciolto per ’ndrangheta, i Coral incandidabili (ma Bertot?)

Una prima volta per il Piemonte e forse per tutto il Nord Italia: due politici dichiarati incandidabili per lo scioglimento del loro Comune per via delle infiltrazioni della ‘ndrangheta. Ne ho scritto su “La Repubblica”, edizione di Torino del 24 aprile 2013.

Incandidabili. Nevio e Ivano Coral, padre e figlio ex sindaci di Leinì, sono stati privati del diritto a farsi eleggere perché ritenuti responsabili dello scioglimento del Comune infiltrato dalla criminalità. Lo ha stabilito nei mesi scorsi il collegio presieduto dal giudice Giovanni Liberati, della prima sezione civile del tribunale di Torino, al termine di un contraddittorio tra il Ministero dell’ Interno (che ha avviato la causa), gli avvocati dei Coral Roberto Macchia e Roberto Cavallo Perin e il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia Sandro Ausiello.

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