giuseppe catalano

Minotauro, procedura di incandidabilità per l’europarlamentare Bertot

Pubblicato il 23 novembre su ilfattoquotidiano.it

È arrivato a Bruxelles a maggio e vuole restarci. Fabrizio Bertot, europarlamentare Pdl ed ex sindaco di Rivarolo Canavese (Torino), ha annunciato l’intenzione di ricandidarsi alle elezioni europee nella prossima primavera. Non sarà facile. Il ministero dell’Interno ha avviato al tribunale di Ivrea un procedimento di incandidabilità perché Bertot è il sindaco di un Comune sciolto per le infiltrazioni della ‘ndranghetauna conseguenza dell’indagine “Minotauro” che ha portato a galla un caso di presunto voto di scambio politico-mafioso a suo favore nella campagna elettorale delle Europee 2009. Inoltre su di lui la Procura di Torino dovrà compiere nuovi accertamenti.

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Canavese, Caselli indica le infiltrazioni dirette della ‘ndrangheta in politica

Pubblicato su “La Sentinella del Canavese” il 28 giugno 2013.

Cuorgnè, Rivarolo e Chivasso. Sono questi i tre Comuni in cui la ‘ndrangheta si è infiltrata direttamente. Mercoledì mattina, nell’aula bunker del carcere Lorusso e Cutugno di Torino, nella requisitoria del processo Minotauro, il procuratore capo Gian Carlo Caselli ha sferrato un attacco ai politici che, per ignoranza o per opportunismo, hanno avuto contatti con la ‘ndrangheta.

«Ci sono tante persone che traggono vantaggio e non hanno nessun interesse a denunciare – ha denunciato Caselli -. Politici e amministratori la cui colpa è l’opportunismo, colpa grave ma non penalmente sanzionata». Ci sono casi che vanno oltre i semplici contatti e riguardano alcuni comuni del Canavese, luoghi in cui ci sono state «infiltrazioni dirette». Ha citato la storia di Giovanni Iaria, condannato in abbreviato a sette anni e quattro mesi per associazione a delinquere di stampo mafioso e per voto di scambio (a favore dell’eurodeputato Fabrizio Bertot), un «chiaro esempio di diretta infiltrazione mafiosa nelle istituzioni».

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Politica e ‘ndrangheta, la lista nera di Caselli

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Pubblicato su “La Repubblica”, edizione di Torino del 27 giugno 2013

Un duro attacco alle connivenze tra politici e ‘ndranghetisti, soprattutto alla superficialità e all’opportunismo dei primi. Lo ha fatto il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli, che è intervenuto ieri mattina nell’ aula bunker delle Vallette per il processo “Minotauro” proprio nel trentesimo anniversario dall’ uccisione del giudice Bruno Caccia: «È stato proprio a Torino che il 26 giugno di trent’anni fa la ‘ndrangheta uccideva il procuratore capo Bruno Caccia», ha ricordato nella sua requisitoria.

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‘Ndrangheta, si suicida il boss Catalano. Era ai domiciliari dopo essersi dissociato

L’uomo, 70 anni, si è tolto la vita nella sua abitazione a Volvera, in provincia di Torino. Coinvolto nelle operazioni Crimine e Minotauro contro le infiltrazioni della criminalità organizzata in Piemonte, aveva ottenuto di poter uscire dal carcere perché depresso e affetto da un principio di Parkinson. Da ilfattoquotidiano.it del 19 aprile 2012.

È uscito a prendere aria sul balcone della casa in cui scontava gli arresti domiciliari e si è buttato. Intorno alle 16 di oggi Giuseppe Catalano, ritenuto uno dei boss della ‘ndrangheta in Piemonte, capo del “crimine” a Torino, ha deciso di farla finita. Era nell’appartamento della figlia al primo piano di una palazzina di Volvera, un Comune del torinese, ed era uscito a prendere una boccata d’aria. Ha spostato alcuni vasi e si è buttato dal terrazzo. Trasportato d’urgenza al pronto soccorso di Orbassano, Catalano, nato a Siderno nel 1942, è morto poco dopo in ospedale. Soffriva di depressione e aveva un principio di Parkinson.

Il boss aveva da poco ottenuto una misura di custodia cautelare più leggera dopo un anno e dieci mesi trascorsi nel carcere di Monza. Era finito in prigione il 13 luglio 2010 per l’operazione “Crimine” della Procura di Reggio Calabria e da allora era uscito di rado, soprattutto per le udienze al tribunale di Torino, dove era imputato. Aveva assistito alle udienze su una sedia a rotelle nella cella insieme agli altri imputati: Giovanni CatalanoCarmelo Cataldo e Rocco Zangrà. Per gli inquirenti reggini “l’anziano boss” è il capo della locale di Siderno a Torino che appoggiava la riapertura di una nuova locale a Rivoli dopo l’arresto dei suoi capi, i fratelli Crea: “Ci sono quaranta cristiani che possono stare per i fatti loro?”, chiedeva a un interlocutore in una conversazione intercettata. I suoi referenti in Calabria, i Commisso, lo avevano invitato a desistere perché si sarebbe messo molte persone contro, tra cui il clan Pelle. Dalle intercettazioni risulta anche che Catalano volesse aprire una camera di controllo a Torino: “Questo fatto della camera di controllo che hanno sia la Lombardia che il Piemonte, perché a Torino non gli spetta? Che ce l’hanno la Lombardia e la Liguria, giusto? Siamo nove locali”, aveva detto a Giuseppe Commisso in un’altra conversazione. (altro…)

Due boss “dissociati” dalla ‘ndrangheta

Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 15 aprile 2012.

Due importanti capi della ‘ndrangheta in Piemonte prendono le distanze dall’organizzazione, quasi per dissociarsi, ma senza collaborare con la giustizia. Uno è Giuseppe Catalano, ritenuto il capo a Torino della “locale” di Siderno, in carcere dal 13 luglio 2010. L’altro è invece Bruno Pronestì, a capo della locale del Basso Piemonte smantellata con l’operazione “Albachiara” il 21 giugno scorso. Entrambi con problemi di salute, hanno fatto questa scelta nelle ultime udienze dei processi che li riguardano.

Durante il processo “Crimine” Catalano, 70enne gestore del “Bar Italia” di via Veglia (dove si erano svolti incontri con politici come Claudia Porchietto e Fabrizio Berthot prima delle elezioni nel 2009, e dove avvenivano i riti di affiliazione), ha ammesso di far parte della ‘ndrangheta come fosse un gruppo di persone unite dalle origini: «Ne ho fatto parte, ma non avevo armi e non ho commesso delitti». Per l’accusa Catalano era anche “padrino” e coordinava il gruppo provinciale detto “Crimine”, ma lui sostiene di non aver mai svolto quelle attività per cui si prefigura il 416 bis, cioè l’intimidazione e l’estorsione per acquisire attività economiche e appalti. «Gli viene anche contestato il voto di scambio per Fabrizio Bertot, ma la richiesta di denaro era per pagare le spese elettorali, non i voti. E i soldi non sono mai stati dati», spiega il difensore Carlo Romeo.

«Io con il mio passato non c’entro più niente», ha affermato Bruno Pronestì, 63 anni, di Bosco Marengo, chiedendo di essere processato con rito abbreviato. Per gli inquirenti Pronestì era il capo della locale del Basso Piemonte, dava ordini, teneva i riti di affiliazione e curava i rapporti con i vertici in Calabria.