diritto amministrativo

Quanti ricorsi contro le nuove centrali

Ieri, su “La Repubblica”, edizione di Torino, la mia “Inchiesta del Sabato” sul proliferare di centrali a energie rinnovabili e i ricorsi al Tribunale amministrativo regionale di Comuni e cittadini.Schermata 03-2456369 alle 13.13.51

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Il M5S scoperchia il vaso di Pandora dei rimborsi elettorali

Il consigliere regionale Davide Bono vince il ricorso al Tar e può ottenere gli atti pubblici sui rimborsi dei suoi colleghi in Piemonte. Da “la Repubblica”, edizione di Torino del 10 febbraio 2013.

il Tar, presieduto dal Lanfranco Balucani, ha individuato il “diritto di accesso riconosciuto ai componenti degli organi rappresentativi”, un diritto “strettamente funzionale all’esercizio del proprio mandato, alla verifica e al controllo del comportamento degli organi istituzionali decisionali” per la “tutela degli interessi pubblici”.

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L’appalto resta alla ditta di pulizie che ricicla denaro sporco

Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 4 febbraio 2013.

All’aeroporto di Caselle lavora un’azienda di pulizie su cui pende un’informativa antimafia. Il suo proprietario è indagato per riciclaggio e truffa allo Stato. La Sagat, la società che gestisce lo scalo, ha tentato di revocare l’appalto, ma i magistrati del Tar ritengono che per il momento il contratto sia valido e la ditta debba continuare. Tutto comincia a novembre.

Negli uffici di Caselle arriva un avviso dalla prefettura di Roma: è un’informativa antimafia sulla Tecnica Esp spa, società romana che ha l’appalto per la pulizia degli spazi pubblici, uffici, aree operativee parcheggi dello scalo.

Il 29 novembre la Sagat, in base alle leggi che contrastano l’infiltrazione del crimine negli appalti pubblici e nell’economia, comunica «il recesso dal contratto di appalto di servizi di pulizia presso gli immobili aeroportuali». Dal 31 dicembre 2012 la Tecnica Esp non dovrebbe più lavorare nello scalo.

Tutto questo perché nel documento della prefettura capitolina del 30 ottobre 2012 si cita un verbale del Gruppo ispettivo antimafia e una sentenza della Corte di Cassazione con cui vengono confermati i sequestri a Giovanni De Pierro – a cui fa riferimento la ditta di pulizie-e ai figli, tutti accusati di riciclaggio e appropriazione indebita. Il tribunale ritiene che l’uomo sia «a capo di un’associazione criminale che gestiva numerose attività utilizzate per realizzare reati di evasione fiscale e truffe ai danni di enti pubblici». De Pierro, riassumono i giudici, svuotava alcune società di quote finanziarie e beni destinandole ad altre ditte del suo gruppoe appropriandosi indebitamente di alcune ricchezze. Così facendo – ipotizza la Guardia di Finanza che nel 2008 ha arrestato De Pierro nell’ambito dell’operazione “Cleaning” – l’uomo ha evaso 100 milioni di euro al fisco, accumulando risparmi che gli hanno permesso di vincere molti appalti giocando al ribasso. Appalti come quello dell’aeroporto “Sandro Pertini” di Caselle.

La Sagat si fida dell’informativa e quindi annulla il contratto, ma gli avvocati di De Pierro si oppongono e il 3 gennaio presentano un ricorso al Tribunale amministrativo chiedendo di sospenderee invalidare la decisione. Pochi giorni dopo il giudice Lanfranco Balucani accoglie la richiesta della Tecnica Esp: l’appalto resta valido. Pure il collegio prende la stessa decisione il 25 gennaio scorso: dai documenti consegnati non emerge nessun reato previsto dalla normativa antimafia. Eppure il giorno prima al Tar di Bari, in un ricorso della Tecnica Esp contro l’Università che aveva annullato l’appalto, i giudici davano ragione all’ateneo e affermavano che «le società gestite di fatto da De Pierro Giovanni sono state utilizzate per operazioni di riciclaggio», reato sanzionato dal decreto sulla certificazione antimafia.

Parente di un mafioso, arma negata

Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 29 ottobre 2012, uno strano caso valutato dal Tar.

Ha «cattive frequentazioni» e un parente pericoloso: è cognato di Antonio Agresta, il boss della “locale”di ‘ndrangheta a Volpiano condannato a dieci anni e otto mesi di carcere nel processo abbreviato “Minotauro”. Per questi motivi i giudici del Tar di Torino hanno rigettato il ricorso con cui Giuseppe Cosenza chiedeva di annullare gli atti della questura che negano all’uomo il porto di armi.

Una decisione, quella presa dopo l’udienza di giovedì, che contraddice la sentenza emessa dagli stessi magistrati (Vincenzo Salamone, Ofelia Fratamico e Antonino Masaracchia) proprio un anno prima.

Il 13 settembre 2010 la questura aveva annullato la «validità della licenza di porto di fucile per uso tiro a volo» e aveva respinto la richiesta di una nuova licenza per detenere un fucile da caccia, spiegando che mancava il «requisito di affidabilità»: con un’informativa i carabinieri di Volpiano segnalavano che Cosenza frequentava pregiudicati e che suo cognato era «affetto da gravi pregiudizi di natura penale». Eppure, solo un anno fa, i giudici avevano ritenuto insoddisfacenti questi motivi e avevano chiesto alla questura di fornire più dettagli nel caso in cui fossero state fatte altre richieste per il porto di armi. E così è stato fatto.

Quando nel marzo scorso gli uffici di corso Vinzaglio hanno negato le licenze, Cosenza (assistito dall’avvocato Alessia Viola Bart) ha fatto un nuovo ricorso al Tar.

Stavolta sul tavolo dei giudici è arrivato un rapporto dettagliato sugli incontri con pregiudicati nell’arco di dieci anni tra Volpiano e la Locride e una nota dei carabinieri di Volpiano su quel cognato scomodo, Antonio Agresta, «tratto in arresto nell’operazione denominata Minotauro» per associazione a delinquere di stampo mafioso. Non era ancora giunta la condanna del 2 ottobre, ma la notizia dell’arresto è bastata ad aumentare la preoccupazione «su possibili cattivi usi dell’arma facilitati dalle inevitabili frequentazioni con il titolare dell’arma», frequentazioni «non smentite dallo stesso ricorrente».

Per questo ora il Tar afferma che è «complessivamente “non affidabile” per la detenzione di armi».