Cuorgné

Minotauro, per i legali il boss è un “fantasista”

Pubblicato su “La Sentinella del Canavese” il 25 ottobre 2013

Le intercettazioni dell’indagine Minotauro non dimostrerebbero l’esistenza di reati commessi da Bruno Iaria, un “fantasista” condannato in primo grado a 13 anni e 6 mesi perché ritenuto il capo della locale della ’ndrangheta a Cuorgné. A sostenerlo sono i suoi avvocati difensori, Ferdinando Terrando e Claudio D’Alessandro, che mercoledì mattina sono intervenuti nel processo di secondo grado davanti ai giudici della quarta sezione chiedendone l’assoluzione.

Bruno Iaria, il 2 ottobre 2012 venne condannato dal giudice per le udienze Cristiano Trevisan. L’altro ieri, i due legali hanno tentato di convincere i giudici dell’innocenza del loro cliente parlando di “fatti insussistenti”. «Questi grossi reati non ci sono mai stati – spiega l’avvocato Terrando -. Iaria e altri si sarebbero incontrati per organizzare rapine che non sono state commesse. Inoltre, abbiamo ribattuto sull’inesistenza dell’associazione a delinquere di stampo mafioso».

Insomma, la ’ndrangheta, almeno a Cuorgnè, non esisterebbe. «Si attribuivano gradi che secondo me erano di fantasia – sostiene D’Alessandro -. Era un gioco conviviale più che una vera gerarchia». L’avvocato di Ivrea aggiunge che “le intercettazioni telefoniche non sono sufficienti per affibbiare a Bruno Iaria il ruolo di capo della locale, e in nessun caso con le intercettazioni è stato possibile trovare la prova di qualche reato”.

«Iaria era un gran fantasista – osserva il legale – . A un cugino più piccolo dice: “Noi la pizza non la paghiamo, scappiamo, ce ne andiamo in montagna, prendiamo un cavallo”». Eppure, per gli investigatori quelle frasi sarebbero la dimostrazione incontrovertibile delle estorsioni commesse ai danni della pizzeria Royal di Cuorgné.

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Ciccia si pente e racconta la ’ndrangheta

Pubblicato su “La Sentinella del Canavese” il 14 ottobre 2013

Un uomo serio, meritevole, a disposizione della criminalità organizzata. «Dobbiamo dargli la “Santa” a Nico Ciccia – dice il boss della ‘ndrangheta a Cuorgné Bruno Iaria del suo sottoposto, che deve salire di grado – è un ragazzo che la merita, Ciccia Nico è un ragazzo disponibile, lui è un ragazzo che ce l’ha nel sangue».

Il boss descriveva così, nell’aprile del 2008, Nicodemo Ciccia, nato a Mammola, in provincia di Reggio Calabria, il 12 ottobre del 1971, ma residente da anni a Favria, dove faceva parte della ’ndrangheta, componente della locale di Cuorgné affiliato nel carcere di Saluzzo nel 2005. A 5 anni da quell’intercettazione captata sulla Golf di Iaria Ciccia è cambiato. Ha deciso di pentirsi e di lasciare la sua vita da criminale dopo aver patteggiato la condanna a un anno e undici mesi nel processo Minotauro (era uno degli arrestati all’alba dell’8 giugno 2011) e dopo essere stato arrestato ancora una volta il 6 settembre scorso per un’estorsione a un imprenditore canavesano a cui Ciccia e due complici avevano chiesto 200mila euro. Una volta in carcere, ancora una volta chiuso in cella, ha riflettuto e ha deciso di collaborare con la giustizia. (altro…)

‘Ndrangheta a Torino, i pm “Confermate le condanne”

Pubblicato su “La Sentinella del Canavese” il 9 ottobre 2013

La procura generale non molla Minotauro. Lunedì mattina, nel processo di secondo grado contro 62 presunti affiliati alla ’ndrangheta che hanno scelto il rito abbreviato (più corto e a porte chiuse), il sostituto procuratore generale Elena Daloiso ha chiesto al giudice della Corte d’appello di confermare tutte le condanne stabilite quasi un anno fa dal giudice del primo processo, il gup Cristiano Trevisan. Solo per alcuni imputati il procuratore Daloiso ha chiesto una condanna leggermente inferiore, ma il totale delle richieste sfiora i 400 anni di carcere.

Tra gli imputati accusati di appartenere alla ’ndrangheta, finiti in carcere nell’ambito dell’Operazione Minotauro, scattata all’alba dell’8 giugno 2011 al seguito di un’indagine della Direzione distrettuale antimafia, ci sono molti appartenenti alla locale di Cuorgné. Nei confronti del suo boss, Bruno Iaria, 48 anni, difeso dagli avvocati Claudio D’Alessandro e Ferdinando Terrando, la procura generale ha chiesto di confermare la condanna a 13 anni e sei mesi di reclusione. A sua carico, oltre all’accusa di far parte della ’ndrangheta, ci sono anche quella di porto abusivo di armi (quasi sempre pistole), spaccio di cocaina (attività che dirigeva dando ordine agli altri affiliati), ma anche minacce ed estorsioni ai danni di alcuni imprenditori e artigiani.

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Canavese, Caselli indica le infiltrazioni dirette della ‘ndrangheta in politica

Pubblicato su “La Sentinella del Canavese” il 28 giugno 2013.

Cuorgnè, Rivarolo e Chivasso. Sono questi i tre Comuni in cui la ‘ndrangheta si è infiltrata direttamente. Mercoledì mattina, nell’aula bunker del carcere Lorusso e Cutugno di Torino, nella requisitoria del processo Minotauro, il procuratore capo Gian Carlo Caselli ha sferrato un attacco ai politici che, per ignoranza o per opportunismo, hanno avuto contatti con la ‘ndrangheta.

«Ci sono tante persone che traggono vantaggio e non hanno nessun interesse a denunciare – ha denunciato Caselli -. Politici e amministratori la cui colpa è l’opportunismo, colpa grave ma non penalmente sanzionata». Ci sono casi che vanno oltre i semplici contatti e riguardano alcuni comuni del Canavese, luoghi in cui ci sono state «infiltrazioni dirette». Ha citato la storia di Giovanni Iaria, condannato in abbreviato a sette anni e quattro mesi per associazione a delinquere di stampo mafioso e per voto di scambio (a favore dell’eurodeputato Fabrizio Bertot), un «chiaro esempio di diretta infiltrazione mafiosa nelle istituzioni».

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