corte dei conti

Sulla corruzione basta dare i numeri

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Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”, teorizzava il gerarca nazista Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich. La citazione mi è tornata in mente sentendo per l’ennesima volta un dato poco attendibile: la corruzione in Italia costerebbe sessanta miliardi di euro. Chi segue il tema sa già che questa cifra è una stima forse eccessiva. I rischi – secondo me – sono la banalizzazione del problema, molto più complesso, e la stanca abitudine di noi giornalisti a non verificare bene certe informazioni, accettando le citazioni fatte in maniera scorretta. Per far capire la gravità della corruzione bisognerebbe raccontarla, spiegarla e sviscerarla, non misurarla a spanne.

Ieri a dire che la corruzione costa 60 mld € era la Commissione europea “in un rapporto”. Già il fatto che sia l’esecutivo europeo a dirlo renderebbe il dato attendibile, ma sarebbe ingenuo e superficiale. A leggere il rapporto si vede che il dato è attribuito all’ “Italian Court of Audit“, cioè la Corte dei conti. Ci si potrebbe accontentare pure di questo rimando.

The Italian Court of Audit pointed out that the total direct costs of corruption amount to EUR 60 billion each year (equivalent to approximately 4% of GDP). In 2012 and 2013 the president of the Court of Audit reiterated concerns as to the impact of corruption on the national economy.

Tuttavia a chi segue il tema sarà scattato una sorte di allarme: “Ancora quei 60 miliardi di euro? Né più, né meno? Ancora?“. Sarà dal 2008 che la stima è rimasta quella, invariata, nonostante i terremoti economici e le nuove leggi.  La cifra è già stata citata più volte, spesso nelle relazioni annuali della Corte di conti. Tuttavia bisogna considerare che la corruzione è un fenomeno invisibile, difficile da scoprire e da quantificare. Non esistono statistiche precise: possiamo sapere solo i casi di corruzione denunciati e possiamo a malapena sapere quanti processi vengono fatti, figurarsi se possiamo quantificare i casi sommersi, gli importi e i danni all’economia. E com’è possibile allora che ogni anno si abbia un dato e com’è possibile che quel dato sia sempre uguale?

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Tav, i comuni: “Costi per forniture e acqua troppo alti”, ma Ltf: “Colpa delle violenze”

La società italo-francese fa sapere che analizzerà le osservazioni, ma invita a fare altrettanto sui sovraccosti dovuti alle azioni contro il cantiere. Per alcune forniture e servizi al cantiere di Chiomonte si paga un prezzo più alto rispetto al listino dei lavori pubblici della Regione Lombardia. I municipi pensano di rivolgersi alla magistratura. Pubblicato il 31 maggio 2013 su ilfattoquotidiano.it

Al cantiere del Tav in Val di Susa i costi aumentano troppo. Che siano quelli per i container o per la fornitura dell’acqua ai wc, i prezzi salgono e i militanti della causa No Tav vogliono che si indaghi. Per questo gli amministratori contrari alla linea Torino-Lione in undici comuni valsusini presenteranno presto un esposto alla Procura di Torino e alla procura regionale della Corte dei conti segnalando alcune anomalie. L’idea di denunciare tutto ai magistrati è nata dopo aver letto due contratti stipulati dalla Lyon-Turin ferroviaire (Ltf, società che sta gestendo i lavori) e diventati pubblici su ordine del Tar Lazio.

Questi documenti dimostrerebbero come i costi per alcune forniture e servizi al cantiere di Chiomonte, dove si sta scavando un tunnel esplorativo, siano più alti rispetto al prezziario dei lavori pubblici della Regione Lombardia, usato come riferimento. In alcuni Comuni è partito così un iter amministrativo per chiedere informazioni più chiare a Ltf e per segnalare alla giustizia le anomalie. “Abbiamo votato delle delibere in cui si evidenziava che qualora le spiegazioni fornite non fossero state esaustive ci saremmo rivolti alla procura della Repubblica e alla procura della Corte dei conti”, spiega Alberto Veggio, consigliere comunale di minoranza a Condove.

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Sostiene l’avvocato della Lega

L’avvocato della Lega Nord Domenico Aiello, legale con un curriculum di tutto rispetto ora impegnato pure sul fronte piemontese dei rimborsi ai gruppi regionali, ha rilasciato questa dichiarazione a “La Repubblica”:

«Ho troppa stima di magistrati del calibro del procuratore Caselli per dire sinceramente cosa penso di questa iniziativa. Non voglio pensare sia una risposta alle forti spinte di anti-politica modaiole. Mi chiedo però quanto sia costata all’erario una indagine così vasta e quale sia l’utilità per la collettività piemontese nell’avere in questo grave momento un intero Consiglio regionale sotto indagine, per cifre irrisorie e prassi indiscusse e sempre avallate dalla Corte dei Conti».

Da una parte insinua che i magistrati siano sottoposti a “forti spinte di anti-politica modaiole”, quando il problema degli sprechi delle amministrazioni e dei privilegi eccessivi dei politici è reale. Altro che “prassi indiscusse e sempre avallate dalla Corte dei conti”.

Dall’altra Aiello fa un calcolo che uno studioso del diritto non dovrebbe fare, quello legato ai costi di un’indagine di fronte alle “cifre irrisorie”: a questo punto smettiamo di cacciare i ladri, pagare le forze dell’ordine e via dicendo, perché a conti fatti forse non sempre ne vale la pena. Il principio che dovrebbe predominare è quello della legalità, non dell’economicità.

Cravatte come spese di rappresentanza Nessun danno allo Stato. Giudice assolto in toto

Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 18 marzo 2013.

Assolto. L’ex presidente del tribunale militare di Torino Giancarlo Roberto Bellelli non deve ripagare allo Stato i 16mila euro spesi per l’acquisto di cravatte e foulard regalati in occasione della “Conferenza internazionale sulla giustizia penale militare”, tenuta in città nel maggio 2007.

Lo ha stabilito la Corte dei conti andando in direzione contraria alla richiesta del procuratore regionale Piero Floreani. Per quel convegno Bellelli regalò agli ospiti (magistrati, avvocati, diplomatici e politici da tutto il mondo) 356 cravatte e 206 foulard su cui era stata stampata la sua firma insieme al logo dell’evento. Erano prodotti di alto pregio realizzati da una seteria comasca costati 16.287 euro. (altro…)

Indagine sulle società partecipate di Torino ferme per la zone grigia

Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 12 marzo 2013.

Sulle società partecipate la procura regionale della Corte dei Conti ha le mani legate. L’ incertezza rallenta le indagini su alcuni casi che da tempo sono sulle scrivanie dei procuratori di via Roma: i fondi erogati da Finpiemonte per i siti di e-commerce, alcuni esposti contro il Csi, l’ indagine su due appalti di Scr, la gestione delle aziende municipalizzate di Alessandria, solo per dirne alcuni di quelli noti.

Difficile agire contro i responsabili di eventuali buchi di bilancio, spese e consulenze “allegre”, appalti e affidamenti irregolari. La complessità della materia è emersa ieri durante l’ inaugurazione dell’ anno giudiziario alla Corte dei Conti, quando il procuratore generale Piero Floreani ha parlato della «responsabilità degli amministratori e dipendenti di società partecipate dalle pubbliche amministrazioni». C’ è una «zona grigia in cui tutto è permesso», dice uno degli inquirenti. Molte società partecipate hanno capitali pubblici, ma una struttura da privato. I loro dipendenti e amministratori “appartengono” a strutture private e quindi rispondono al tribunale civile.

Ecco il problema: se un dirigente del Csi o di Scr gestisce male i fondi pubblici e danneggia all’ Erario non ne risponde alla magistratura contabile. Ne rispondono solo sindaci, assessori o dirigenti se hanno dato indirizzi precisi ai manager. Lo stesso concetto vale anche se le aziende di servizi pubblici. «Dovrebbe essere affermata, a nostro avviso, la natura sostanziale di ente assimilabile ad un’ amministrazione pubblica – ha ribadito Floreani in aula -, con l’ applicazione delle regole in materia di responsabilità amministrativa». Andrebbe applicata agli enti che producono beni e servizi pubblici «nonostante l’ abito formale di società per azioni».

Intanto è allo studio l’ avvio di una causa pilota per interpellare la Corte di cassazione e dirimere il dubbio.