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‘Ndrangheta a Torino, i pm “Confermate le condanne”

Pubblicato su “La Sentinella del Canavese” il 9 ottobre 2013

La procura generale non molla Minotauro. Lunedì mattina, nel processo di secondo grado contro 62 presunti affiliati alla ’ndrangheta che hanno scelto il rito abbreviato (più corto e a porte chiuse), il sostituto procuratore generale Elena Daloiso ha chiesto al giudice della Corte d’appello di confermare tutte le condanne stabilite quasi un anno fa dal giudice del primo processo, il gup Cristiano Trevisan. Solo per alcuni imputati il procuratore Daloiso ha chiesto una condanna leggermente inferiore, ma il totale delle richieste sfiora i 400 anni di carcere.

Tra gli imputati accusati di appartenere alla ’ndrangheta, finiti in carcere nell’ambito dell’Operazione Minotauro, scattata all’alba dell’8 giugno 2011 al seguito di un’indagine della Direzione distrettuale antimafia, ci sono molti appartenenti alla locale di Cuorgné. Nei confronti del suo boss, Bruno Iaria, 48 anni, difeso dagli avvocati Claudio D’Alessandro e Ferdinando Terrando, la procura generale ha chiesto di confermare la condanna a 13 anni e sei mesi di reclusione. A sua carico, oltre all’accusa di far parte della ’ndrangheta, ci sono anche quella di porto abusivo di armi (quasi sempre pistole), spaccio di cocaina (attività che dirigeva dando ordine agli altri affiliati), ma anche minacce ed estorsioni ai danni di alcuni imprenditori e artigiani.

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Canavese, Caselli indica le infiltrazioni dirette della ‘ndrangheta in politica

Pubblicato su “La Sentinella del Canavese” il 28 giugno 2013.

Cuorgnè, Rivarolo e Chivasso. Sono questi i tre Comuni in cui la ‘ndrangheta si è infiltrata direttamente. Mercoledì mattina, nell’aula bunker del carcere Lorusso e Cutugno di Torino, nella requisitoria del processo Minotauro, il procuratore capo Gian Carlo Caselli ha sferrato un attacco ai politici che, per ignoranza o per opportunismo, hanno avuto contatti con la ‘ndrangheta.

«Ci sono tante persone che traggono vantaggio e non hanno nessun interesse a denunciare – ha denunciato Caselli -. Politici e amministratori la cui colpa è l’opportunismo, colpa grave ma non penalmente sanzionata». Ci sono casi che vanno oltre i semplici contatti e riguardano alcuni comuni del Canavese, luoghi in cui ci sono state «infiltrazioni dirette». Ha citato la storia di Giovanni Iaria, condannato in abbreviato a sette anni e quattro mesi per associazione a delinquere di stampo mafioso e per voto di scambio (a favore dell’eurodeputato Fabrizio Bertot), un «chiaro esempio di diretta infiltrazione mafiosa nelle istituzioni».

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Elezioni, nel Canavese “Bunga Bunga” cerca di escludere le liste avversarie

Una storia strana emerge dalle sentenze del Tar. A Borgomasino, piccolo comune del Canavese, la lista civetta passa la selezione per le elezioni amministrative e cerca di escludere le avversarie per essere l’unica lista in gara. Pubblicato su “La Sentinella del Canavese”  il 13 maggio 2013.

Un sfida a colpi di ricorsi al Tar per estromettere i due avversari alle elezioni di Borgomasino. L’ha fatta Marco Di Nunzio, 45 anni, creatore della lista civetta “Forza Juve – Movimento Bunga Bunga“, contro due delle liste civiche, “Borgomasino per tutti” del sindaco uscente Gianfranco Bellardi, e “Liberali per Borgomasino”. Tuttavia non ce l’ha fatta: mercoledì i giudici hanno deciso che le sue cause non posso essere ammesse e la competizione del 26 e 27 maggio sarà tra le tre liste.

Di Nunzio, torinese classe 1968 residente all’estero, in passato candidato sindaco al Sestriere per Fiamma Tricolore, è ormai un habitué delle elezioni. Con il “Movimento Bunga Bunga” ha cominciato nel 2011 candidandosi come sindaco di Torino sostenuto da altre liste civetta come “Forza Juve”, “No Immigrazione No Nucleare” e “Comitato Popolo Latino America”. Venne escluso. Il Tar del Piemonte lo ha bloccato pure di recente, quando ha presentato la sua lista per le elezioni politiche. A marzo è comunque riuscito a candidarsi al parlamento, ma non alla presidenza della Regione Lombardia.

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Per anni violentata dallo zio, ma nella sua famiglia nessuno le crede

La donna ha trovato la forza di denunciare le molestie subite da bambina soltanto dopo essersi sposata. L’uomo è stato condannato a 4 anni per gli abusi sulla sorella della giovane: i reati contro di lei erano infatti prescritti. Da “La Repubblica”, edizione di Torino ed edizione on-line del 21 luglio 2012.
A lungo Luisa (nome di fantasia, ndr) ha dovuto sopportare in silenzio gli abusi e le molestie dello zio. Per anni nessuno le ha creduto, neppure i genitori: dicevano che erano fantasie di una bambina e di smetterla di raccontare bugie. Così per anni si è tenuta tutta dentro, ma dopo essersi sposata ha trovato il forza di denunciare le violenze subite e alla fine mercoledì ha ottenuto giustizia: l’uomo, un sessantunenne del Canavese, è stato condannato a quattro anni di carcere dal tribunale di Torino per l’accusa di violenza sessuale su minori.

Aveva solo undici anni quando gli abusi sono cominciati. Era il 1996 e le molestie sono proseguite fino al 2001. Tutti gli episodi sono avvenuti nella casa dello zio, quando lei andava coi genitori a trovare i parenti, oppure durante le vacanze nel paese di origine in Calabria. Nel frattempo, tra il 1998 e il 1999, lo zio aveva messo gli occhi pure sulla sorella, di otto anni più giovane. Luisa aveva provato a raccontare tutto ai suoi genitori, ma nella sua famiglia nessuno voleva ascoltarla. Alla fine si è rivolta solo agli assistenti sociali e ha tagliato i ponti con i parenti. Poi Luisa ha aspettato molto prima di denunciare tutto ai carabinieri. Ci è riuscita solo nel 2008, a 23 anni, poco dopo essersi sposata.
Sulla base di quella denuncia la Procura aveva cominciato un’indagine che, però, non riusciva a portare avanti: a distanza di anni era troppo difficile ottenere prove utili per imbastire un processo. È stato trovato solo un documento scritto dagli assistenti sociali a cui Luisa si era rivolta.

Nonostante quella prova però l’inchiesta è rimasta ferma per molto tempo e così il sostituto procuratore generale Vittorio Corsi ha deciso di prenderla in carico e portarla avanti fino al processo. Eppure neanche il dibattimento è stato facile: i parenti, chiamati a testimoniare, negavano tutto. Per loro Luisa e la sorella non avevano mai subito violenze dallo zio, né avevano mai raccontato nulla di simile. Per i familiari Luisa (assistita dall’avvocato Annalisa Baratto) era una bugiarda. A rendere più difficile il processo è intervenuta anche la prescrizione per la maggior parte degli episodi denunciati, ma non per quelli più recenti a danno della sorella minore, per i quali lo zio di Luisa ha ricevuto una pena di quattro anni. “Anche se non è stato condannato direttamente per quello che ha fatto a lei  –  ha spiegato l’avvocato Baratto  –  per la mia assistita è stato importante sentire condannare lo zio per quanto accaduto alla sorella”.