Bruno Trunfio

Colpo di coda, dal gup critiche ai politici e i patti coi mafiosi

Su La Sentinella del Canavese di venerdì 17 gennaio 2014 gli articoli sulle motivazioni del processo “Colpo di coda” sulla ‘ndrangheta a Chivasso

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Minotauro decapitato. 36 condanne, due i politici

Pubblicato il 23 novembre 2013 su “Il Fatto quotidiano”.

A Torino e nella provincia la ’ndrangheta c’è. Esiste e ha rapporti con alcuni politici e amministratori. Lo dimostra la sentenza del processo “Minotauro” di ieri. La sentenza è stata letta ieri, in mezz’ora, dalla presidente della V sezione penale Paola Trovati: sono 36 le condanne su 74 imputati, per un totale di 266 anni di carcere. Tra i condannati ci sono anche personaggi di rilievo. C’è Nevio Coral, ex sindaco di centro-destra a Leinì, comune sciolto per infiltrazioni mafiose: è stato condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa e dovrà risarcire le amministrazioni di Leinì e di Volpiano, dove era consigliere comunale. Una condanna a sette anni per associazione mafiosa è quella data a Bruno Trunfio, esponente della ’ndrina di Chivasso, dove è stato ex assessore ai lavori pubblici ed ex segretario cittadino dell’Udc. Condannato a 14 anni Salvatore “Giorgio” De Masi, ritenuto capo della cosca di Rivoli. Come ha ricordato il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli all’inizio della requisitoria di giugno, al boss si sono rivolti sei politici in cerca di un sostegno elettorale: l’ex parlamentare dell’Idv Gaetano Porcino, il consigliere regionale Pd Nino Boeti, l’ex assessore Idv ad Alpignano Carmelo Tromby, l’ex parlamentare Pd Mimmo Lucà, il sindaco di Cirié Francesco Brizio Falletti e il figlio di Porcino, Giovanni, ex consigliere comunale a Torino. I tre imputati sono stati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici.
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Minotauro, sentenza in arrivo

Pubblicato su La Sentinella del Canavese del 20 novembre 2013

Il verdetto sarà dopodomani. Venerdì gli imputati del processo “Minotauro”, il grande processo contro la ‘ndrangheta nella provincia torinese, sapranno se sono colpevoli di far parte dell’organizzazione criminale, di averla sostenuta o di aver commesso “solo” reati più semplici. È stato un processo lungo questo fatto con il rito ordinario nell’aula bunker del carcere “Le Vallette” di Torino, cominciato il 26 ottobre dell’anno scorso e proseguito con ritmi elevati, un tour de force che per mesi ha obbligato magistrati, avvocati, cancellieri, carabinieri del servizio d’ordine e polizia penitenziaria a fare tre udienze a settimana. Adesso però siamo al traguardo finale. Venerdì dopo le eventuali repliche dei pm alle difese degli avvocati, concluse a metà ottobre, i giudici, della Terza sezione penale del tribunale di Torino (Paola Trovati, Diamante Minucci e Alessandra Salvadori) decideranno sulle condanne. A luglio la Direzione distrettuale antimafia ne ha chieste 73 per pene fino ai 21 anni di carcere.

Sarà una sentenza importante per il Canavese, dove gli investigatori – grazie alle dichiarazioni dei pentiti come Rocco Varacalli e Rocco Marando – hanno individuato tre locali di ‘ndrangheta situate a Cuorgnè, dove regnava Bruno Iaria, a San Giusto, a Volpiano e a Chivasso, senza dimenticare la “bastarda” attiva tra Salassa e Castellamonte, una ‘ndrina non “riconosciuta” dai vertici centrali dell’organizzazione criminale calabrese. Gli inquirenti hanno potuto collegare tra di loro episodi di minacce, omicidi, estorsioni, traffici di droga, detenzione di armi da fuoco, appalti truccati e influenze politiche, dei punti che uniti hanno dato una nuova immagine del crimine nella provincia di Torino. «È emersa la sussistenza e la gravità dei reati e la responsabilità degli imputati – aveva detto al termine della richieste delle condanne il procuratore aggiunto Sandro Ausiello, capo della Direzione distrettuale antimafia -. Queste udienze hanno evidenziato la pericolosità del sodalizio criminoso che non permette a nessuno di sottovalutare il fenomeno, di relegarlo a malcostume o a fenomeno di folklore regionale».  Non solo violenza, ma un fenomeno evoluto che secondo la Procura ha influenzato l’economia ma pure la politica e le amministrazioni, come dimostrerebbero i casi Leinì e Rivarolo. Il primo comune, retto da Nevio Coral prima e dal figlio Ivano dopo, e il secondo, amministrato da Fabrizio Bertot (Pdl), sono stati commissariati per le infiltrazioni malavitose nella loro gestione, con appalti concessi ad aziende mafiose in cambio di appoggi. Per Nevio Coral, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, i pm hanno chiesto una condanna a dieci anni. Per l’ex segretario comunale di Rivarolo invece i magistrati hanno chiesto una pena di sette anni per il voto di scambio politico-mafioso a sostegno di Bertot. È andato vicino al commissariamento pure Chivasso, le cui elezioni del 2011 sono state inquinate dal sostegno della ‘ndrangheta all’Udc. Sull’ex assessore comunale della giunta Fluttero (Pdl) ed ex vicesegretario cittadino dell’Udc, Bruno Trunfio, pesa una richiesta di condanna a 13 anni.

Canavese, Caselli indica le infiltrazioni dirette della ‘ndrangheta in politica

Pubblicato su “La Sentinella del Canavese” il 28 giugno 2013.

Cuorgnè, Rivarolo e Chivasso. Sono questi i tre Comuni in cui la ‘ndrangheta si è infiltrata direttamente. Mercoledì mattina, nell’aula bunker del carcere Lorusso e Cutugno di Torino, nella requisitoria del processo Minotauro, il procuratore capo Gian Carlo Caselli ha sferrato un attacco ai politici che, per ignoranza o per opportunismo, hanno avuto contatti con la ‘ndrangheta.

«Ci sono tante persone che traggono vantaggio e non hanno nessun interesse a denunciare – ha denunciato Caselli -. Politici e amministratori la cui colpa è l’opportunismo, colpa grave ma non penalmente sanzionata». Ci sono casi che vanno oltre i semplici contatti e riguardano alcuni comuni del Canavese, luoghi in cui ci sono state «infiltrazioni dirette». Ha citato la storia di Giovanni Iaria, condannato in abbreviato a sette anni e quattro mesi per associazione a delinquere di stampo mafioso e per voto di scambio (a favore dell’eurodeputato Fabrizio Bertot), un «chiaro esempio di diretta infiltrazione mafiosa nelle istituzioni».

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Politica e ‘ndrangheta, la lista nera di Caselli

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Pubblicato su “La Repubblica”, edizione di Torino del 27 giugno 2013

Un duro attacco alle connivenze tra politici e ‘ndranghetisti, soprattutto alla superficialità e all’opportunismo dei primi. Lo ha fatto il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli, che è intervenuto ieri mattina nell’ aula bunker delle Vallette per il processo “Minotauro” proprio nel trentesimo anniversario dall’ uccisione del giudice Bruno Caccia: «È stato proprio a Torino che il 26 giugno di trent’anni fa la ‘ndrangheta uccideva il procuratore capo Bruno Caccia», ha ricordato nella sua requisitoria.

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Il ministro dell’Interno chiamato a testimoniare al processo Minotauro

Uno degli imputati, l’ex assessore Trunfio della giunta Fluttero, chiede la testimonianza della Cancellieri: “Ci spieghi perchè non ha commissariato il Comune di Chivasso”. La presidente: “E’ davvero necessario chiamarla in una situazione come questa?”. Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 9 aprile 2013. 

Il ministro dell’Interno potrebbe testimoniare al processo Minotauro. L’avvocato Cosimo Palumbo, difensore dell’ex assessore di Chivasso Bruno Trunfio (accusato di essere un affiliato alla ‘ndrangheta), ha inviato la convocazione e una lettera ad Annamaria Cancellieri. Vuole che il ministro, o un delegato, spieghi ai giudici le ragioni del mancato scioglimento del Comune di Chivasso dopo l’indagine della commissione prefettizia, che non avrebbe rilevato infiltrazioni mafiose nell’amministrazione.
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