Bruno Iaria

Minotauro, procedura di incandidabilità per l’europarlamentare Bertot

Pubblicato il 23 novembre su ilfattoquotidiano.it

È arrivato a Bruxelles a maggio e vuole restarci. Fabrizio Bertot, europarlamentare Pdl ed ex sindaco di Rivarolo Canavese (Torino), ha annunciato l’intenzione di ricandidarsi alle elezioni europee nella prossima primavera. Non sarà facile. Il ministero dell’Interno ha avviato al tribunale di Ivrea un procedimento di incandidabilità perché Bertot è il sindaco di un Comune sciolto per le infiltrazioni della ‘ndranghetauna conseguenza dell’indagine “Minotauro” che ha portato a galla un caso di presunto voto di scambio politico-mafioso a suo favore nella campagna elettorale delle Europee 2009. Inoltre su di lui la Procura di Torino dovrà compiere nuovi accertamenti.

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Minotauro, per i legali il boss è un “fantasista”

Pubblicato su “La Sentinella del Canavese” il 25 ottobre 2013

Le intercettazioni dell’indagine Minotauro non dimostrerebbero l’esistenza di reati commessi da Bruno Iaria, un “fantasista” condannato in primo grado a 13 anni e 6 mesi perché ritenuto il capo della locale della ’ndrangheta a Cuorgné. A sostenerlo sono i suoi avvocati difensori, Ferdinando Terrando e Claudio D’Alessandro, che mercoledì mattina sono intervenuti nel processo di secondo grado davanti ai giudici della quarta sezione chiedendone l’assoluzione.

Bruno Iaria, il 2 ottobre 2012 venne condannato dal giudice per le udienze Cristiano Trevisan. L’altro ieri, i due legali hanno tentato di convincere i giudici dell’innocenza del loro cliente parlando di “fatti insussistenti”. «Questi grossi reati non ci sono mai stati – spiega l’avvocato Terrando -. Iaria e altri si sarebbero incontrati per organizzare rapine che non sono state commesse. Inoltre, abbiamo ribattuto sull’inesistenza dell’associazione a delinquere di stampo mafioso».

Insomma, la ’ndrangheta, almeno a Cuorgnè, non esisterebbe. «Si attribuivano gradi che secondo me erano di fantasia – sostiene D’Alessandro -. Era un gioco conviviale più che una vera gerarchia». L’avvocato di Ivrea aggiunge che “le intercettazioni telefoniche non sono sufficienti per affibbiare a Bruno Iaria il ruolo di capo della locale, e in nessun caso con le intercettazioni è stato possibile trovare la prova di qualche reato”.

«Iaria era un gran fantasista – osserva il legale – . A un cugino più piccolo dice: “Noi la pizza non la paghiamo, scappiamo, ce ne andiamo in montagna, prendiamo un cavallo”». Eppure, per gli investigatori quelle frasi sarebbero la dimostrazione incontrovertibile delle estorsioni commesse ai danni della pizzeria Royal di Cuorgné.

Minotauro, la sentenza il 22 novembre

Da “La Sentinella del Canavese” del 18 ottobre 2013

Il nuovo pentito della ’ndrangheta a Torino, Nicodemo Ciccia, non sarà interrogato nel processo Minotauro che potrà andare così verso la fine. La sentenza è prevista il 22 novembre prossimo, data dell’ultima udienza nella quale i procuratori della direzione distrettuale antimafia potrebbero fare alcune repliche alle arringhe difensive prima della decisione.

La scelta di non ascoltare il collaboratore di giustizia è stata presa ieri mattina, giovedì, dai giudici della quinta sezione penale, presieduta da Paola Trovati. Secondo i magistrati, che hanno potuto leggere alcuni verbali delle dichiarazioni rese da Ciccia ai pubblici ministeri nelle ultime settimane, non sarebbe stato “necessario interrogarlo in questa fase”.

Martedì, nell’aula bunker, il pm Monica Abbatecola aveva sostenuto, invece, che Ciccia avrebbe fornito “dichiarazioni rilevanti e pertinenti al processo” per cui sarebbe stato “assolutamente necessario” ascoltarlo”. Per la corte, le informazioni date dal pentito non avrebbero cambiato la situazione emersa nel procedimento e non avrebbero aggiunto elementi nuovi. Sarebbero solo conferme di quanto si sa già, fatti da lui appresi durante la sua “parentesi delinquenziale nella ’ndrangheta, dalle chiacchierate col suo capo, Bruno Iaria, boss di Cuorgné, o, forse, addirittura dagli atti del processo”.

Una decisione simile era stata presa mercoledì mattina dai giudici della Corte d’appello, dove si sta svolgendo il processo di secondo grado contro gli ’ndranghetisti che hanno scelto il rito abbreviato.

Ciccia, ‘ndranghetista della cosca di Cuorgné con la dote di “vangelo” (una carica alta all’interno dell’organizzazione criminale), nonché interlocutore previlegiato del boss Iaria, il 23 maggio 2012 ha patteggiato una condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso a un anno e undici mesi, ma la sua “conversione” è arrivata tardi, solo dopo l’ultimo arresto di cui è stato protagonista, il 6 settembre scorso, per la tentata estorsione ai danni di un imprenditore canavesano. Una volta in cella l’uomo ha chiesto di poter parlare con i magistrati della direzione distrettule antimafia, ai quali ha espresso il suo desiderio di collaborare con la giustizia perché “stanco dei problemi della vita criminale e preoccupato per il futuro dei suoi figli”. Il processo procede verso la sua stretta finale, dunque, e tutta l’attesa, ora, è per il verdetto. Qualunque sia, una pagina vergognosa è già stata scritta.

Ciccia si pente e racconta la ’ndrangheta

Pubblicato su “La Sentinella del Canavese” il 14 ottobre 2013

Un uomo serio, meritevole, a disposizione della criminalità organizzata. «Dobbiamo dargli la “Santa” a Nico Ciccia – dice il boss della ‘ndrangheta a Cuorgné Bruno Iaria del suo sottoposto, che deve salire di grado – è un ragazzo che la merita, Ciccia Nico è un ragazzo disponibile, lui è un ragazzo che ce l’ha nel sangue».

Il boss descriveva così, nell’aprile del 2008, Nicodemo Ciccia, nato a Mammola, in provincia di Reggio Calabria, il 12 ottobre del 1971, ma residente da anni a Favria, dove faceva parte della ’ndrangheta, componente della locale di Cuorgné affiliato nel carcere di Saluzzo nel 2005. A 5 anni da quell’intercettazione captata sulla Golf di Iaria Ciccia è cambiato. Ha deciso di pentirsi e di lasciare la sua vita da criminale dopo aver patteggiato la condanna a un anno e undici mesi nel processo Minotauro (era uno degli arrestati all’alba dell’8 giugno 2011) e dopo essere stato arrestato ancora una volta il 6 settembre scorso per un’estorsione a un imprenditore canavesano a cui Ciccia e due complici avevano chiesto 200mila euro. Una volta in carcere, ancora una volta chiuso in cella, ha riflettuto e ha deciso di collaborare con la giustizia. (altro…)

‘Ndrangheta a Torino, i pm “Confermate le condanne”

Pubblicato su “La Sentinella del Canavese” il 9 ottobre 2013

La procura generale non molla Minotauro. Lunedì mattina, nel processo di secondo grado contro 62 presunti affiliati alla ’ndrangheta che hanno scelto il rito abbreviato (più corto e a porte chiuse), il sostituto procuratore generale Elena Daloiso ha chiesto al giudice della Corte d’appello di confermare tutte le condanne stabilite quasi un anno fa dal giudice del primo processo, il gup Cristiano Trevisan. Solo per alcuni imputati il procuratore Daloiso ha chiesto una condanna leggermente inferiore, ma il totale delle richieste sfiora i 400 anni di carcere.

Tra gli imputati accusati di appartenere alla ’ndrangheta, finiti in carcere nell’ambito dell’Operazione Minotauro, scattata all’alba dell’8 giugno 2011 al seguito di un’indagine della Direzione distrettuale antimafia, ci sono molti appartenenti alla locale di Cuorgné. Nei confronti del suo boss, Bruno Iaria, 48 anni, difeso dagli avvocati Claudio D’Alessandro e Ferdinando Terrando, la procura generale ha chiesto di confermare la condanna a 13 anni e sei mesi di reclusione. A sua carico, oltre all’accusa di far parte della ’ndrangheta, ci sono anche quella di porto abusivo di armi (quasi sempre pistole), spaccio di cocaina (attività che dirigeva dando ordine agli altri affiliati), ma anche minacce ed estorsioni ai danni di alcuni imprenditori e artigiani.

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