Alessandria

Alessandria, politici della vecchia maggioranza condannati a pagare

Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 18 gennaio 2013.

Sono responsabili del danno alle casse del Comune di Alessandria e quindi devono pagare 7,6 milioni di euro allo Stato. La Corte dei conti ha depositato la sentenza con cui condanna a un ingente risarcimento l’ex sindaco Piercarlo Fabbio del Pdl, l’ex assessore al bilancio Luciano Vandone che faceva parte della giunta di centrodestra che ha governato il capoluogo del Sud Piemonte fino alla primavera scorsa, nonché il ragioniere del Comune Carlo Ravazzano, altri esponenti dell’ex giunta e ben ventitré consiglieri della maggioranza che governava Palazzo Rosso. Tutti sono stati condannati per aver deciso e approvato quel trucchetto finanziario che, nascondendo debiti e spese del Comune, ha permesso alla città di evitare per alcuni anni le sanzioni previste per chi non riesce a rispettare i termini del «patto di stabilità» che vincola le spese degli enti locali. (altro…)

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Alessandria, ex sindaco a processo per il bilancio truccato

Piercarlo Fabbio (Pdl) a giudizio con l’ex assessore alle Finanze e un funzionario del Comune. Il pm: “Nel rendiconto entrate più alte di 6,5 milioni e spese più basse di 13,5”. L’amministrazione (ora guidata da una giunta di centrosinistra) si è costituita parte civile. Da ilfattoquotidiano.it del 22 novembre 2012.

Ha portato una città al dissesto finanziario. Ora è imputato per falso in atto pubblico, truffa allo Stato e abuso d’ufficio. Si tratta dell’ex sindaco di Alessandria Piercarlo Fabbio, politico del Pdl che ha guidato la città piemontese dal 2007 fino allo scorso maggio conducendola sull’orlo del crac. Insieme a lui sono accusati degli stessi reati anche l’ex assessore alle finanze della sua giunta, Luciano Vandone, e il direttore economico-finanziario del Comune, Carlo Alberto Ravazzano, che avrebbero preparato il bilancio truccato. Proprio i due autori materiali del rendiconto falsato non erano in aula, ieri, davanti alla corte presieduta dal giudice Aldo Tirone. C’era solo l’ex primo cittadino. Alla sua sinistra c’era il nuovo sindaco di Alessandria, Rita Rossa (Pd), a rappresentare il Comune come parte lesa: “Vogliamo rappresentare i diritti di un’intera comunità danneggiata dalla cattiva gestione – dichiara -. Oggi i cittadini vivono delle difficoltà, mi chiedono se i responsabili pagheranno. Noi speriamo che la giustizia accerti la verità dei fatti e sancisca un risarcimento”.

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Insulti nazisti e sessisti su Facebook. Donna offesa chiede i danni

Offesa sul social network, una donna si rivolge a un avvocato per tutelare la sua immagine e va contro l’azienda, che non ha censurato i gravi insulti. Da “La Repubblica”, edizione di Torino e on-line del 4 agosto 2012.

A Facebook ieri è arrivata una richiesta. Non una richiesta d’amicizia, ma una richiesta di risarcimento danni d’immagine. Gliel’ha inviata l’avvocato Silvio Bolloli di Alessandria per un semplice motivo.

Mentre – ad esempio – vengono eliminate dal social network le fotografie di donne che allattano, non vengono cancellati da Facebook insulti e foto con commenti ingiuriosi nonostante l’uso di pulsanti per segnalare la violazione delle regole. È successo a una sua cliente, una donna di Alessandria presa di mira sul sito da tre persone: malgrado lei e i suoi amici abbiano cliccato più volte sui pulsanti «È causa di molestie nei miei confronti», «Contenuti grafici violenti» o «Discorso o simbolo di odio», i messaggi e le foto sono rimasti lì.

«È possibile diffondere contenuti di questo genere senza nessuno tipo di controllo?», si chiede Bolloli. Non è escluso che in futuro si passi alla denuncia penale contro il sito per concorso in diffamazione: «Non è un’idea peregrina, ma per il momento non abbiamo querelato il responsabile legale», spiega.

A insultare la donna sono tre persone con profili dai nomi inventati, vietati secondo le impostazioni, e con chiari riferimenti politici: «Forno libero», «Pulizia etnica» e «Nazional socialista».

Neonazisti dietro ai quali si celerebbero persone reali denunciate alla polizia postale per diffamazione e minacce. «Facebook non ha neanche meccanismi di autocontrollo per impedire questi comportamenti. Dà un supporto agli utenti, se ne abusano la struttura dovrebbe intervenire, ma Facebook non lo fa. Sta diventando una sorta di terra di nessuno senza freni, un far west».

La donna potrebbe essere stata presa di mira per aver scritto un comunicato con cui un gruppo di tifosi dell’Alessandria, gli “Ultras grigi”, si dissociava dagli autori di una sparatoria su cui la procura di Alessandria sta ancora indagando. Il 26 ottobre scorso loro, un ex capo ultras e suo figlio, avevano litigato con un uomo di 31 anni, a cui poi avevano sparato proiettili di plastica. Dopo il loro arresto da parte della squadra mobile si era diffusa la notizia del loro legame coi tifosi dell’Alessandria, smentita dagli “Ultras grigi”: «Non è in nessun modo riconducibile alla gradinata Nord né tanto meno al gruppo degli ultras Alessandria 1974. Gli aggressori sono da anni del tutto lontani e addirittura in conflittualità con il mondo del tifo organizzato», era scritto nel comunicato, che deve aver dato fastidio a qualcuno. Così una foto della donna è finita sulle pagine del profilo di «Pulizia etnica» e «Nazional socialista», che con «Forno Libero» hanno scritto pesanti commenti, poi segnalati alla diretta interessata.

Morì di Aids per la trasfusione, 1,5 milioni agli eredi

Sono passati vent’ anni dalla morte del loro congiunto e solo adesso gli eredi potranno ottenerei risarcimenti. Glielo ha comunicato venerdì il Policlinico San Matteo di Pavia, condannato col ministero della Salute dalla Corte di Appello di Torino a pagare 1,5 milioni di danni per la trasfusione di sangue infetto da Hiv che provocò la morte dell’ uomo nel 1992. Si tratta di uno degli otto risarcimenti più alti mai raggiunti in Italia per una caso di trasfusioni. La sentenza – emessa a novembre dalla sezione civile – ha riconosciuto la responsabilità del Ministero (così come volevano gli avvocati della famiglia, Renato Ambrosio e Stefano Bertone) per non aver dato disposizioni sul controllo dei donatori di sangue.

Nel 1985 l’ uomo, un piccolo imprenditore alessandrino, fu sottoposto a un intervento di bypass aorto-coronarico e a molte trasfusioni di sangue. Per lui fu utilizzato anche sangue infetto da Hiv. «Già all’ epoca del contagio – scrivono i giudici Paolo Prat, Renata Silva e Tiziana Maccarrone – si sarebbe potuto conseguire il risultato di prevenire l’ insorgere dell’ infezione da Hiv proprio con l’ utilizzo di un test», il cosiddetto test Elisa già utilizzato in molti stati europei. Sebbene fosse in fase sperimentale, permetteva di individuare il virus «con un margine di errore del solo 30 per cento». Eppure il Ministero non fece nessun intervento significativo nell’ ambito delle trasfusioni. L’ uomo si ammala. A fine anni Ottanta inizia a perdere peso e ad avere i primi sintomi della sindrome da immunodeficienza acquisita. Nel maggio 1991 gli diagnosticano l’ Aids e nel febbraio 1992, all’ età di 59 anni, dopo circa 300 giorni di sofferenze, muore.

Nel 1997 i familiari chiedono un indennizzo al ministero e due anni dopo ottengono 150 milioni di lire, ma hanno il diritto a un risarcimento. Si rivolgono agli avvocati Ambrosio e Bertone, che cominciano una loro indagine con cui risalgono alla causa dell’ infezione: le trasfusioni effettuate durante gli interventi a Pavia. Nell’ aprile 2007 il Tribunale di Torino cita il Ministero e il Policlinico e due anni dopo li condanna a risarcire un milione e mezzo di euro. I due enti fanno ricorso, ma dopo la conferma della condanna capiscono che in Cassazione avrebbero poche speranze, così decidono di pagare. Venerdì il Policlinico ha emesso il mandato per il pagamento della sua quota, 800 mila euro, ed entro la metà di settembre il Ministero dovrebbe fare lo stesso.

La Corte dei conti dichiara il dissesto per Alessandria

Tante le anomalie della precedente giunta di Pdl e Lega, emerse dagli accertamenti sul bilancio preventivo del 2011 e sul rendiconto del 2010. Gravi le conseguenze per i cittadini: l’Imu salirà come le tariffe per i servizi, acqua, rifiuti, trasporti, mense, asili. Articolo per ilfattoquotidiano.it del 1° luglio 2012.

 Palazzo Rosso, foto di Renato Villa sul sito www.summagallicana.it

Il Comune di Alessandria è in dissesto finanziario. Fallito. Troppi debiti, circa cento milioni di euro, e nessuna soluzione per risanare il bilancio invertendo la tendenza. Sono le conseguenze della gestione della precedente giunta comunale targata Pdl e Lega, retta dall’ex sindaco Piercarlo Fabbio, indagato con l’ex assessore al Bilancio Luciano Vandone e l’ex ragioniere capo Carlo Alberto Ravazzano per falso in bilancio, truffa e abuso d’ufficio. Da Roma arriveranno dei commissari per risanare le finanze e permettere alla nuova giunta di Rita Rossa (Pd, eletta da poco più di un mese) di continuare ad amministrare. Prima però il Consiglio comunale deve approvare la situazione di dissesto, altrimenti il Comune sarà sciolto.

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Due boss “dissociati” dalla ‘ndrangheta

Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 15 aprile 2012.

Due importanti capi della ‘ndrangheta in Piemonte prendono le distanze dall’organizzazione, quasi per dissociarsi, ma senza collaborare con la giustizia. Uno è Giuseppe Catalano, ritenuto il capo a Torino della “locale” di Siderno, in carcere dal 13 luglio 2010. L’altro è invece Bruno Pronestì, a capo della locale del Basso Piemonte smantellata con l’operazione “Albachiara” il 21 giugno scorso. Entrambi con problemi di salute, hanno fatto questa scelta nelle ultime udienze dei processi che li riguardano.

Durante il processo “Crimine” Catalano, 70enne gestore del “Bar Italia” di via Veglia (dove si erano svolti incontri con politici come Claudia Porchietto e Fabrizio Berthot prima delle elezioni nel 2009, e dove avvenivano i riti di affiliazione), ha ammesso di far parte della ‘ndrangheta come fosse un gruppo di persone unite dalle origini: «Ne ho fatto parte, ma non avevo armi e non ho commesso delitti». Per l’accusa Catalano era anche “padrino” e coordinava il gruppo provinciale detto “Crimine”, ma lui sostiene di non aver mai svolto quelle attività per cui si prefigura il 416 bis, cioè l’intimidazione e l’estorsione per acquisire attività economiche e appalti. «Gli viene anche contestato il voto di scambio per Fabrizio Bertot, ma la richiesta di denaro era per pagare le spese elettorali, non i voti. E i soldi non sono mai stati dati», spiega il difensore Carlo Romeo.

«Io con il mio passato non c’entro più niente», ha affermato Bruno Pronestì, 63 anni, di Bosco Marengo, chiedendo di essere processato con rito abbreviato. Per gli inquirenti Pronestì era il capo della locale del Basso Piemonte, dava ordini, teneva i riti di affiliazione e curava i rapporti con i vertici in Calabria.