Libri

Salone del Libro senza Papa, però c’è Renzi

Il Vaticano è l’ospite d’onore del Salone del libro di Torino, ma la sua “star”, papa Francesco, non ci sarà. In compenso arriverà l’onnipresente Matteo Renzi. Ieri mattina alla Scuola Holden di Alessandro Baricco (grande sostenitore di Renzi) è stata presentata la 27 esima edizione che comincerà l’ 8 maggio in presenza del ministro della Cultura, Dario Franceschini. Per la Santa Sede interverranno il cardinale Gianfranco Ravasi e il segretario di Stato, Pietro Parolin, ma nelle sale del Lingotto sfileranno pure politici di rilievo come il ministro della Giustizia Andrea Orlando, Walter Veltroni, Massimo D’Alema, Renato Brunetta, Emma Bonino e Giuliano Amato. Troppa sinistra? No. Quest’anno al Salone, spesso accusato dai giornali berlusconiani di essere un punto di ritrovo radical chic, ci sarà spazio anche per due incontri dal titolo “Le anime della Destra” con “intellettuali ‘ non conformisti’” (così nel comunicato stampa) come Piero Ostellino, Paolo Guzzanti, Marcello Veneziani, Pietrangelo Buttafuoco e Angelo Mellone. E gli scrittori? Si aspetta Joe R. Lansdale per il Premio Mondello. Poi, per il resto, molto spazio alla cultura “pop” con i volti noti della tv (ci sarà pure la conclusione del programma Masterpiece) e ai libri di cucina (con un’area speciale chiamata Casa CookBook).

In cattedra dietro le sbarre

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Pubblicato su Il Fatto quotidiano il 16 aprile 2014

Dei suoi 63 anni Mario Tagliani ne ha passati trenta in carcere. Nessuna pena da scontare, solo un lavoro. Tagliani fa l’insegnante al carcere minorile Ferrante Aporti di Torino e ha pubblicato “Il maestro dentro” in cui ripercorre la sua esperienza coi giovani reclusi raccontandone le storie tragiche e violente (dai ladri per disperazione ad assassini come Omar, il fidanzato di Erika). Nel 1983 Tagliani prende servizio in una scuola torinese, unico uomo in un corpo docente di sole donne, e la preside pensa che lui sia adatto per insegnare al carcere minorile. Lui dubita, ha paura, ma a fargli cambiare idea è una partita di calcio in cui quei giovani criminali sembrano ragazzi come altri. Tagliani comincia il suo percorso di insegnante, diverso da quello di Marcello D’Orta (il maestro autore di “Io speriamo che me la cavo”) per il semplice fatto che non obbliga gli studenti a seguire le lezioni, altrimenti la scuola sarebbe un’a l t ra prigione. Cerca di attirarli a sé stimolandone la curiosità. Non sempre ottiene risultati: per alcuni allievi il tempo in carcere è una tappa della carriera, un momento per imparare qualche tecnica nuova. Tagliani però non smette di credere nel suo lavoro: “Quando certe aule scolastiche non saranno più carceri e le carceri saranno diventate scuole, allora il grado di civiltà avrà raggiunto il suo punto più alto”.

 

Sulla corruzione basta dare i numeri

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Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”, teorizzava il gerarca nazista Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich. La citazione mi è tornata in mente sentendo per l’ennesima volta un dato poco attendibile: la corruzione in Italia costerebbe sessanta miliardi di euro. Chi segue il tema sa già che questa cifra è una stima forse eccessiva. I rischi – secondo me – sono la banalizzazione del problema, molto più complesso, e la stanca abitudine di noi giornalisti a non verificare bene certe informazioni, accettando le citazioni fatte in maniera scorretta. Per far capire la gravità della corruzione bisognerebbe raccontarla, spiegarla e sviscerarla, non misurarla a spanne.

Ieri a dire che la corruzione costa 60 mld € era la Commissione europea “in un rapporto”. Già il fatto che sia l’esecutivo europeo a dirlo renderebbe il dato attendibile, ma sarebbe ingenuo e superficiale. A leggere il rapporto si vede che il dato è attribuito all’ “Italian Court of Audit“, cioè la Corte dei conti. Ci si potrebbe accontentare pure di questo rimando.

The Italian Court of Audit pointed out that the total direct costs of corruption amount to EUR 60 billion each year (equivalent to approximately 4% of GDP). In 2012 and 2013 the president of the Court of Audit reiterated concerns as to the impact of corruption on the national economy.

Tuttavia a chi segue il tema sarà scattato una sorte di allarme: “Ancora quei 60 miliardi di euro? Né più, né meno? Ancora?“. Sarà dal 2008 che la stima è rimasta quella, invariata, nonostante i terremoti economici e le nuove leggi.  La cifra è già stata citata più volte, spesso nelle relazioni annuali della Corte di conti. Tuttavia bisogna considerare che la corruzione è un fenomeno invisibile, difficile da scoprire e da quantificare. Non esistono statistiche precise: possiamo sapere solo i casi di corruzione denunciati e possiamo a malapena sapere quanti processi vengono fatti, figurarsi se possiamo quantificare i casi sommersi, gli importi e i danni all’economia. E com’è possibile allora che ogni anno si abbia un dato e com’è possibile che quel dato sia sempre uguale?

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Al Circolo dei Lettori il libro del pm Vittorio Nessi

Alle 18 oggi alla Sala Gioco del Circolo dei Lettori Vittorio Nessi, procuratore aggiunto a Torino, presenterà il suo libro “Strani amori”, una raccolta di racconti ispirati a fatti reali, seguiti dal pm nel corso della sua carriera. Si tratta di storie di amori falliti, vicende in cui è spesso la donna a pagare le conseguenze più dure. Il magistrato le rivive nelle vesti del suo alter ego, Bruno Ferretti, che indaga non solo il reato, ma pure le vite dei protagonisti dei fatti di cronaca, con riflessioni che restano fuori dai faldoni dei processi.

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“Magistrati, ma precari”. In un libro la protesta dei giudici onorari

Sono i “precari” della giustizia. Li si vede nelle aulette dei tribunali, nel banco in prima fila sulla sinistra, circondati dai faldoni, mentre si occupano di quella miriade di processi “minori” che intasano il sistema ma devono essere portati avanti, perché la giustizia deve fare il suo corso. Sono i vice-procuratori onorari (Vpo) che insieme ai giudici onorari di tribunale (Got) costituiscono un esercito di circa tremila magistrati in carica per pochi anni. “I più atipici degli atipici”, scrivono alcuni Vpo di Torino in un libro appena pubblicato da Round Robin, “Precari (fuori) legge – Ogni giorno in tribunale”, il cui ricavato permetterà ai magistrati di finanziare la causa per ottenere le pensioni. Sì, perché sebbene lavorino per il Ministero della Giustizia, l’ente pubblico non versa loro i contributi pensionistici: “In sintesi non siamo considerati lavoratori dello Stato”, scrivono nel libro.

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