Il Fatto quotidiano

Vietti contro le bobine in cui si parla di lui

 

 

Pubblicato il 3 luglio 2014 sul Fatto quotidiano
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Le mani delle ‘ndrine sul cantiere Tav

Pubblicato sul Fatto quotidiano del 2 luglio 2014

Il Tav è anche un affare loro. “L’ho vista l’Alta velocità cosa porta”. Sa quanti lavori e soldi possono arrivare. Per questo motivo nel maggio 2011 si dava da fare Gregorio Sisca, arrestato con altre 19 persone ieri all’alba dai carabinieri del Ros nell’ambito dell’indagine “San Michele” della Dda di Torino che ha smantellato la locale distaccata di San Mauro Marchesato (Crotone) insediata in Piemonte. “Le forze dell’ordine e la Procura sono attente ai tentativi di infiltrazione nei lavori per la Torino-Lione – ha ribadito ieri il procuratore aggiunto Sandro AusielloL’intenzione è di tenere alta la vigilanza”. L’indagine comincia nel maggio 2011, poco prima dell’inizio degli scavi in Val di Susa, quando il Ros scopre che i componenti della cosca Greco volevano entrare nei lavori della Torino-Lione piazzando gli imprenditori calabresi nel settore del movimento terra. C’è Francesco Gatto, ritenuto un affiliato, il padroncino della “Sud express”. Sisca voleva farlo entrare nel “Consorzio Valsusa”, che raggruppa gli imprenditori locali attivi nel cantiere di Chiomonte: “Adesso che adesso che parte la Tav – dice al boss Mario Audia per sottolineare l’imminenza dei lavori -. Vediamo di farlo entrare insieme a questa cooperativa qua della Tav”. Non è l’unico ambito in cui Sisca si muove. Importantissimo per gli affari della cosca è Giovanni Toro, indagato di concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione e smaltimento illecito di rifiuti, quest’ultimo reato commesso con l’imprenditore valsusino Ferdinando Lazzaro della Italcoge. L’uomo d’affari calabrese è il fondatore della Toro Srl e della Cst con cui gestisce una cava tra Sant’Antonino di Susa e Chiusa San Michele. Nel 2011 rischiava di essere sfrattato: “Io arrivo lì, investo tutto e non mi posso fare quattro anni di Alta velocità!?”, riferisce a Sisca che con le minacce fa cambiare idea ai proprietari del luogo. Il motivo di tanto interesse? “Noi dobbiamo stare lì perché è lì dentro che nei prossimi dieci anni arrivano 200 milioni di euro di lavoro”, dice Toro che garantisce a Sisca: “La torta non me la mangio da solo. Me la divido con te e ricordati queste parole, che ce la mangiamo io e te la torta dell’alta velocità”. Oltre ai soldi per lo smaltimento ne avrebbe ricavati altri frantumando gli scarti per usarli nel cemento: “Lì è un business che non finisce più”. Tutti possono guadagnarci e così Sisca chiede se “servono anche carpentieri bravi?”. “Sicuramente ce n’è bisogno veramente di tanti perché ci sono viadotti, cavalcavia – gli dice Toro – Ci sarà tanto tanto cemento armato. Li sistemiamo e li facciamo lavorare senza problemi appena parte. Ci saranno richieste su tutti i campi”.

Per approfondire leggi qui. ‘Ndrangheta, a Torino asse boss-imprenditori: “Ci mangiamo la torta Tav”

Lo “Svuotacarceri” libera i pusher

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Dal Fatto quotidiano del 21 giugno 2014

Due arresti e due scarcerazioni immediate per colpa dello “Svuotacarceri”. È successo a Torino negli scorsi giorni. Protagonista un giovane pusher di origine africana con moltissimi precedenti per spaccio di cocaina e crack. Fino a qualche anno fa entrava e usciva dal carcere minorile di Torino per la sua giovane età. Il 7 febbraio 2011 è stato pure condannato, ma ha ottenuto il perdono giudiziale. Ora, che di anni ne ha diciannove, entra ed esce dalle Vallette perché il decreto “Svuotacarceri” glielo consente grazie alla riduzione delle pene per lo spaccio di “lieve entità”. Questa nuova norma vanifica il lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, ma “è un fenomeno che, socialmente, può avere reazioni devastanti, soprattutto nei quartieri popolari dove il fenomeno dello spaccio è avvertito come fattore di insicurezza quotidiana”, spiega Paolo Borgna, procuratore aggiunto di Torino e coordinatore del gruppo “Sicurezza urbana”.

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Plano, sindaco no Tav, rischia l’espulsione

Dal Fatto quotidiano del 14 giugno 2014

Il Pd litiga pure a Torino. Toni alti, provocazioni e minacce di sanzioni. Da una parte i vertici centrali, dallaltra i dissidenti della Valsusa. In mezzo la linea ad alta velocità che dovrebbe unire Torino e Lione.

Tutto è nato dal discorso di insediamento di Sandro Plano, politico Pd che, con una lista No Tav, è stato eletto sindaco di Susa con soli otto voti di distacco dallavversaria Gemma Amprino. Mercoledì ha annunciato che lui non sarà il sindaco di tuttie che continuerà a opporsi allopera, come da programma.

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Grillo marcia su Torino: “Sono oltre Hitler”

Pubblicato su Il Fatto quotidiano del 18 maggio 2014

Allo scocco della campana il silenzio per la scomparsa dei partiti non dura neanche un minuto. Piazza Castello a Torino è piena per lo sprint finale prima del voto. Qui, di fronte a quasi ventimila persone e davanti al Palazzo della Regione dove il presidente dimezzato Roberto Cota si è seduto per quattro anni, va in scena lo show di Beppe Grillo, arrivato a sostenere la candidatura di Davide Bono alla presidenza del Piemonte. È il solito Grillo scatenato, che ha un commento per tutti, perfino per Angela Merkel e Martin Schulz: “La prima cosa che ha detto di me Schulz quando è venuto in Italia è che io sono come Stalin. Lui che è tedesco dovrebbe ringraziare Stalin perché se non fosse stato per lui che ha sconfitto i nazisti sarebbe in parlamento europeo con una svastica disegnata in fronte”. Risponde pure a Silvio Berlusconi che ha paragonato lui e Gianroberto Casaleggio al Fuhrer: “Dicono che sono Hitler ma io sono oltre Hitler”. Si arrabbia se qualcuno osa paragonare il M 5 S ai partiti di estrema destra europea: “Ci dicono che siamo fascisti, nazisti, i cattivi che faranno del male fisico alla gente. In Italia non c’è stata violenza perché c’è il movimento”. Tuona, ancora: “La Digos è tutta con noi, la Dia è tutta con noi, i carabinieri sono con noi. Facciamo un appello: non date più la scorta a questa gente”. Grillo punta soprattutto sulle europee. Pensa in grande e annuncia: “Vinceremo con il 100 per cento”. Dopo il Parlamento italiano mirano a Bruxelles: “Non faremo come l’ebetino di Firenze e chi come lui ha leccato il posteriore alla Merkel – afferma -. Non andremo a trattare il fiscal compact, lo impacchetteremo e lo restituiremo alla Merkel in busta chiusa”. Sul Piemonte dice poco, ma ci pensano i suoi eletti e i suoi candidati ignoti ai più: “Sono orgogliosi di essere sconosciuti, sì, sono sconosciuti alle procure di tutta Italia”, dice il comico. Lui, che dice di riconoscere i pregiudicati perché è uno di loro, propone alla folla un nuovo processo: “Quando saremo al governo faremo su questa gente, prima che se ne vada, un processo fiscale: abbiamo il diritto di sapere come hanno speso i nostri soldi”. Un altro processo sarà verso politici, imprenditori e giornalisti che rovinano le categorie: la sentenza è virtuale, uno sputo sullo schermo. Quando sul palco sale il candidato presidente scatta un piccolo coro: “Bono! Bono! Bono!”. Lui interrompe e dà spazio ai ventuno candidati consiglieri usciti dalle primarie on-line: “Siamo gli unici ad averle fatte”, ricorda accennando al Pd. “Questa settimana recuperiamo gli ultimi punti che ci separano da Chiamparino per dargli una spallata”. È il candidato del centrosinistra il principale avversario in un territorio in cui la destra, dopo tanti scandali, ha poco da dire. Chiamparino, l’uomo delle banche, l’uomo del debito di Torino (“indebitator”, si legge su alcuni manifesti del M 5 S), l’uomo del sistema Torino tanto criticato dai consiglieri comunali Chiara Appendino e Vittorio Bertola, tornati alla carica soprattutto dopo l’arresto di Primo Greganti e i dubbi sul Pd torinese. “Noi ci crediamo – afferma Bono -, vincere non è un’impresa impossibile e quelli del Pd hanno paura”. I sondaggi davano la coalizione del centrosinistra in netto vantaggio, anche se i grillini potrebbero diventare il partito più numeroso inl consiglio: “Vogliamo essere la prima regione a 5 Stelle”, dice Bono dal palco.

Salone del Libro senza Papa, però c’è Renzi

Il Vaticano è l’ospite d’onore del Salone del libro di Torino, ma la sua “star”, papa Francesco, non ci sarà. In compenso arriverà l’onnipresente Matteo Renzi. Ieri mattina alla Scuola Holden di Alessandro Baricco (grande sostenitore di Renzi) è stata presentata la 27 esima edizione che comincerà l’ 8 maggio in presenza del ministro della Cultura, Dario Franceschini. Per la Santa Sede interverranno il cardinale Gianfranco Ravasi e il segretario di Stato, Pietro Parolin, ma nelle sale del Lingotto sfileranno pure politici di rilievo come il ministro della Giustizia Andrea Orlando, Walter Veltroni, Massimo D’Alema, Renato Brunetta, Emma Bonino e Giuliano Amato. Troppa sinistra? No. Quest’anno al Salone, spesso accusato dai giornali berlusconiani di essere un punto di ritrovo radical chic, ci sarà spazio anche per due incontri dal titolo “Le anime della Destra” con “intellettuali ‘ non conformisti’” (così nel comunicato stampa) come Piero Ostellino, Paolo Guzzanti, Marcello Veneziani, Pietrangelo Buttafuoco e Angelo Mellone. E gli scrittori? Si aspetta Joe R. Lansdale per il Premio Mondello. Poi, per il resto, molto spazio alla cultura “pop” con i volti noti della tv (ci sarà pure la conclusione del programma Masterpiece) e ai libri di cucina (con un’area speciale chiamata Casa CookBook).

In cattedra dietro le sbarre

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Pubblicato su Il Fatto quotidiano il 16 aprile 2014

Dei suoi 63 anni Mario Tagliani ne ha passati trenta in carcere. Nessuna pena da scontare, solo un lavoro. Tagliani fa l’insegnante al carcere minorile Ferrante Aporti di Torino e ha pubblicato “Il maestro dentro” in cui ripercorre la sua esperienza coi giovani reclusi raccontandone le storie tragiche e violente (dai ladri per disperazione ad assassini come Omar, il fidanzato di Erika). Nel 1983 Tagliani prende servizio in una scuola torinese, unico uomo in un corpo docente di sole donne, e la preside pensa che lui sia adatto per insegnare al carcere minorile. Lui dubita, ha paura, ma a fargli cambiare idea è una partita di calcio in cui quei giovani criminali sembrano ragazzi come altri. Tagliani comincia il suo percorso di insegnante, diverso da quello di Marcello D’Orta (il maestro autore di “Io speriamo che me la cavo”) per il semplice fatto che non obbliga gli studenti a seguire le lezioni, altrimenti la scuola sarebbe un’a l t ra prigione. Cerca di attirarli a sé stimolandone la curiosità. Non sempre ottiene risultati: per alcuni allievi il tempo in carcere è una tappa della carriera, un momento per imparare qualche tecnica nuova. Tagliani però non smette di credere nel suo lavoro: “Quando certe aule scolastiche non saranno più carceri e le carceri saranno diventate scuole, allora il grado di civiltà avrà raggiunto il suo punto più alto”.