economia

Le mani delle ‘ndrine sul cantiere Tav

Pubblicato sul Fatto quotidiano del 2 luglio 2014

Il Tav è anche un affare loro. “L’ho vista l’Alta velocità cosa porta”. Sa quanti lavori e soldi possono arrivare. Per questo motivo nel maggio 2011 si dava da fare Gregorio Sisca, arrestato con altre 19 persone ieri all’alba dai carabinieri del Ros nell’ambito dell’indagine “San Michele” della Dda di Torino che ha smantellato la locale distaccata di San Mauro Marchesato (Crotone) insediata in Piemonte. “Le forze dell’ordine e la Procura sono attente ai tentativi di infiltrazione nei lavori per la Torino-Lione – ha ribadito ieri il procuratore aggiunto Sandro AusielloL’intenzione è di tenere alta la vigilanza”. L’indagine comincia nel maggio 2011, poco prima dell’inizio degli scavi in Val di Susa, quando il Ros scopre che i componenti della cosca Greco volevano entrare nei lavori della Torino-Lione piazzando gli imprenditori calabresi nel settore del movimento terra. C’è Francesco Gatto, ritenuto un affiliato, il padroncino della “Sud express”. Sisca voleva farlo entrare nel “Consorzio Valsusa”, che raggruppa gli imprenditori locali attivi nel cantiere di Chiomonte: “Adesso che adesso che parte la Tav – dice al boss Mario Audia per sottolineare l’imminenza dei lavori -. Vediamo di farlo entrare insieme a questa cooperativa qua della Tav”. Non è l’unico ambito in cui Sisca si muove. Importantissimo per gli affari della cosca è Giovanni Toro, indagato di concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione e smaltimento illecito di rifiuti, quest’ultimo reato commesso con l’imprenditore valsusino Ferdinando Lazzaro della Italcoge. L’uomo d’affari calabrese è il fondatore della Toro Srl e della Cst con cui gestisce una cava tra Sant’Antonino di Susa e Chiusa San Michele. Nel 2011 rischiava di essere sfrattato: “Io arrivo lì, investo tutto e non mi posso fare quattro anni di Alta velocità!?”, riferisce a Sisca che con le minacce fa cambiare idea ai proprietari del luogo. Il motivo di tanto interesse? “Noi dobbiamo stare lì perché è lì dentro che nei prossimi dieci anni arrivano 200 milioni di euro di lavoro”, dice Toro che garantisce a Sisca: “La torta non me la mangio da solo. Me la divido con te e ricordati queste parole, che ce la mangiamo io e te la torta dell’alta velocità”. Oltre ai soldi per lo smaltimento ne avrebbe ricavati altri frantumando gli scarti per usarli nel cemento: “Lì è un business che non finisce più”. Tutti possono guadagnarci e così Sisca chiede se “servono anche carpentieri bravi?”. “Sicuramente ce n’è bisogno veramente di tanti perché ci sono viadotti, cavalcavia – gli dice Toro – Ci sarà tanto tanto cemento armato. Li sistemiamo e li facciamo lavorare senza problemi appena parte. Ci saranno richieste su tutti i campi”.

Per approfondire leggi qui. ‘Ndrangheta, a Torino asse boss-imprenditori: “Ci mangiamo la torta Tav”

Annunci

Processo Fonsai, speranze per i piccoli azionisti

In vista dell’inizio del primo processo per il falso in bilancio e il falso in prospetto di Fonsai mercoledì 4 dicembre, ripubblico qui un articolo che può essere utile ai piccoli azionisti. Oltre alle associazioni citate segnalo che Marco Bava, piccolo azionista, cercherà di costituirsi parte civile nel processo insieme all’avvocato Guido Conte, offrendo questa possibilità a prezzi contenti pure ad altri piccoli azionisti danneggiati.

Pubblicato il 10 novembre su ilfattoquotidiano.it

Fondiaria Sai, non tutto è perduto per i piccoli azionisti della ex compagnia del gruppo Ligresti. Si chiuderà il prossimo 4 dicembre, data della prima udienza, la racccolta delle adesioni di Adusbef, Movimento Consumatori e Si.Ti per la costituzione di parte civile nel processo contro la famiglia siciliana, i suoi ex manager e la società stessa ai sensi della legge 231 sulla responsabilità degli enti.

“La vicenda Fondiaria Sai ha coinvolto oltre 12mila risparmiatori che hanno subito un danno di 251 milioni di euro”, ha ricordato nei giorni scorsi Alessandro Mostaccio, segretario generale di Movimento Consumatori, chiedendo le dimissioni del ministro Anna Maria Cancellieri. Il falso in bilancio prima e il falso in prospetto poi, fatto in vista dell’aumento di capitale del 2012, hanno diminuito il valore delle azioni, ricorda l’avvocato Paolo Fiorio del foro di Torino, che segue il Movimento  nel settore risparmio. “A chi aveva investito cento euro nel 2011 ne sono rimasti pochi nel 2012. In Borsa ha perso più del 75 per cento. Poi chi non ha sottoscritto l’aumento di capitale ha perso quasi tutto”, sottolinea.

E così, a meno di un mese dalla prima udienza cresce il numero di azionisti che si rivolgono alle associazioni. “Stiamo raccogliendo circa 500 azionisti – spiega Fiorio -. Il 4 novembre abbiamo lanciato un numero verde per tutti quelli che vogliano costituirsi parte civile nel processo del 4 dicembre e nei prossimi procedimenti penali”. Stessa mossa per l’Adusbef: “Da un sondaggio tra i vari studi legali che collaborano con noi e tra i 107 avvocati raggiungiamo un migliaio di azionisti”, dice l’avvocato Antonio Tanza, vicepresidente nazionale, che assisterà gli azionisti con i colleghi Cecilia Ruggeri, Marisa Costelli e Lucio Golino.

L’intenzione di tutti è ottenere un risarcimento al termine del procedimento penale, anche se in passato i giudici di processi simili hanno condannato i manager a risarcire cifre molto basse. La costituzione di parte civile è però una mossa strategica. “Con un giudizio immediato e una condanna in tempi rapidi, agli azionisti danneggiati conviene costituirsi subito – dice Fiorio -. Poi valuteremo altre azioni”. Si prevedono azioni civili risarcitorie per la diffusione di informazioni false sui bilanci e sui prospetti per quanti abbiano comprato le azioni FonSai prima dell’aumento di capitale del 2012. Simile è il programma dell’Adusbef: “Noi abbiamo rappresentato 3.500 risparmiatori nei vari processi nati dal crac Parmalat e i risarcimenti ottenuti sono stati pari al 3 per cento o al 5 per cento del danno, ma è bastato per dare l’attenuante agli imputati – spiega Tanza -. Pure qui finirà a tarallucci e vino, ma non ci fermeremo perché avvieremo un processo civile: quello penale ci permetterà di avere la prova per saltare la lunga e costosa fase istruttoria”.

Sono invece la costituzione di parte civile a Torino e soprattutto una class action le azioni previste da Si.Ti (Sindacato tutela investimenti) e dall’avvocato Fabio Belloni che al momento tutela di un migliaio di azionisti di FonSai, Milano Assicurazione e Premafin. Secondo quanto riportato domenica 10 novembre dalla Stampa, al momento le stime delle richieste di risarcimento si attestano intorno ai 20 milioni di euro. A differenza degli altri due attori, nel mirino del Si.Ti non ci saranno solo i Ligresti e gli ex vertici di Fondiaria-Sai, ma forse anche quelli di Unipol, la compagnia delle coop che ha rilevato FonSai. A tal proposito, la domanda che si pongono i legali è se le scelte di fusione non siano state pilotate e con quali vantaggi. Un tema sul quale alcune risposte potrebbero arrivare dall’inchiesta milanese del procuratore Luigi Orsi ormai alle ultime battute.

La class action è accarezzata anche dall’Adusbef. “La stiamo preparando, anche se sono molto scettico perché questo procedimento è stato depotenziato. Prima vedremo come va quella che inizierà il 7 dicembre contro Monte dei paschi di Siena”, continua Tanza. Questo strumento per ora non rientra invece nei progetti del Movimento Consumatori: “La class action in Italia ha tempi lunghi e risultati incerti. Vedremo come andrà a finire la liquidazione finale dei danni – conclude Fiorio -. Speriamo che i patteggiamenti di Giulia e Jonella Ligresti non compromettano i risarcimenti”. Tanza si augura che i giudici penali siano severi, stabilendo una soglia alta per lesanzioni pecuniarie: “Mi aspetto che il giudice dica agli imputati: ‘Non vi do l’attenuante se prima non pagate adeguatamente le persone danneggiate’. Vorremmo che ci sia rigidità altrimenti i comportamenti vengono ripetuti”.

Niente lezione di giornalismo da Proto

Tornato in libertà il finanziere Alessandro Proto s’è iscritto su Twitter (l’account era @_Proto_, ma ora non esiste più) togliendosi qualche sassolino dalle scarpe, soprattutto nei confronti dei giornalisti. Annunciava che al processo nei suoi confronti avrebbe chiamato molti giornalisti finanziari ed economici, quelli che prima hanno tessuto le sue lodi credendo alle sue notizie e poi gli hanno girato le spalle. Avrebbe voluto che emergesse nel processo il funzionamento dell’informazione economico-finanziaria in Italia, quello che si sarebbe reso corresponsabile dei suoi reati: manipolazione del mercato su titoli Rcs e Tod’s, ostacolo all’autoritò di vigilanza e truffa.

Su liberoquotidiano.it si leggeva:

“Voglio chiamare come testimoni tanti giornalisti. Dovranno spiegare perché scrivevano determinate cose, spesso anche lusinghiere su di me, senza verificare le notizie. Il gip di Milano aveva rigettato la richiesta di patteggiamento avanzata dalla sua difesa: “Meglio così, avrò qualche sassolino dalle scarpe da togliermi

Nulla da fare. Non dovremo andare al tribunale di Milano per una lezione sullo stato del giornalismo economico-finanziario in Italia. Niente sassolini dalle scarpe. Oggi su ItaliaOggi leggo che ha patteggiato perché non voleva esporsi troppo mediaticamente

Schermata 10-2456589 alle 17.58.36

Giannino, Eternit, Thyssen e il nocciolo della questione

In un’intervista all’agenzia di stampa parlamentare Public Policy Oscar Giannino torna a parlare dei problemi legati al mondo dell’industria e alla giustizia. Ancora una volta torna a commentare le sentenze ThyssenKrupp ed Eternit

D. E QUALI SONO I RISCHI CONCRETI, PER IL SISTEMA INDUSTRIALE, E PIÙ IN GENERALE PER IL MONDO PRODUTTIVO?
R.
Di fronte a normative di questo tipo, in produzioni sensibili, i gruppi internazionali cancellano l’Italia dalla carta geografica.

La cancellano per quello che sta succedendo all’Ilva, per sentenze come quelle della Thyssen, per le pene irrogate nel processo Eternit. Tutte vicende dolorosissime, senza dubbio, dal punto di vista dei danni alla popolazione e alla sicurezza. Ma il cui effetto diventa impossibilità della politica di sfidare la demagogia imperante. Il risultato è che siamo l’unico Paese al mondo in cui succedono queste cose.

Le domande che Giannino dovrebbe porsi sono altre: perché queste tragedie, come quella dell’Ilva, sono accadute in Italia? Sono state provocate dalla “demagogia imperante” o dalla magistratura? Sono state provocate dalla mancanza di attenzione alla salute e all’ambiente, provocata dall’assenza di politici sveglie e sfruttata prontamente dagli imprenditori? L’Italia deve avere le condizioni lavorative del Bangladesh per attrarre investimenti esteri?

Azienda sospetta dentro il cantiere Tav Il tribunale riammette la Pato

Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 28 luglio 2013

L’azienda era sospetta, ma per i giudici non ci sono le prove e così potrà operare al cantiere della Tav. Il Tar del Piemonte ha sospeso la decisione con cui Venaus Società Consortile cancellava il subappalto nel cantiere della Torino-Lione alla Pato Perforazioni  perché destinataria dell’informativa antimafia della Prefettura di Rovigo (il documento che sospende le società dai lavori pubblici per via delle infiltrazioni malavitose). La decisione cautelare dei giudici, presieduti da Lanfranco Balucani, è arrivata giovedì e si basa sulla sentenza emessa dai colleghi del Tar Campania, sezione di Salerno: questi ultimi hanno annullato l’informativa antimafia per la mancanza di prove sufficienti. Nel documento – riassumono i magistrati campani – è stato evidenziato come sia l’amministratore della società, Gaetano Rosini, sia il familiare e socio Valerio Rosini, abbiano avuto denunce per aver fatto false dichiarazioni fiscali grazie all’uso di fatture per operazioni inesistenti. Tutto ciò sarebbe stato realizzato insieme ad «Basile Antonio, pregiudicato campano, ritenuto un fiancheggiatore del clan dei Casalesi». Eppure questo non basta a giustificare l’informativa antimafia, che i magistrati campani hanno annullato. «Ci devono essere elementi gravi – afferma l’avvocato della Pato Lorenzo Lentini -, altrimenti si finisce per distruggere un’impresa sulla base del nulla giuridico».

Di conseguenza i magistrati di Torino hanno deciso di sospendere le decisioni prese sulla base del documento, tra cui la risoluzione del contratto tra Venaus Società Consortile e Pato srl e la nota con cui Ltf affermava che la Pato «non potrà lavorare». Decisioni uguali sono state prese anche nei tribunali amministrativi di Lombardia e Molise, dove la ditta di Rovigo aveva altri appalti importanti.

Ora Venaus Società Consortile potrà fare ricorso al Consiglio di Stato oppure dovrà riconoscere la validità del contratto stipulato.

Aggiornamenti. Qui l’estratto della sentenza del Tar della Campania, sezione di Salerno (altro…)

Fonsai, “Speriamo che non salti fuori la corruzione”

Tremano e tramano. I vertici di Fonsai e di Premafin – “asserviti” alla famiglia secondo il gip di Torino – hanno paura delle conseguenze dell’indagine avviata nell’aprile 2012 dalla Procura di Torino e la Guardia di Finanza sui bilanci della compagnia assicurativa e che ha portato agli arresti della famiglia Ligresti. Per questo si incontrano, parlano, prendono iniziative, “istruiscono” i testimoni, additano altri responsabili e organizzano “viaggi”. Dall’ordinanza emergono anche tutti i benefit di cui ha goduto la Ligresti family.

“Speriamo che ci si ferma a queste ipotesi qua… che non salti fuori la corruzione”.  Tremano gli ex amministratori delegati Fausto Marchionni ed Emanuele Erbetta mentre parlano al tavolo del caffè Norman a Torino il 29 maggio scorso. Temono che dalle indagini emergano non solo le conferme dei bilanci falsati, ma anche episodi di corruzione. A esprimere questa preoccupazione è l’ex amministratore delegato di Fonsai e di Milano Assicurazioni Marchionni che dice a Erbetta: “Speriamo che ci si ferma a queste ipotesi qua, che non salta fuori tutta la storia della parte immobiliare e della corruzione altrimenti viene fuori un casino”. Allude a due episodi: le compravendite immobiliari (forse quella degli Atahotel, o forse gli interessi immobiliari più ampi dei Ligresti) e la corruzione, della quale non è emerso nulla. Almeno finora.

(altro…)

La ditta mafiosa sulle strade tra Novara e Vco

Dagli atti del Tribunale amministrativo regionale del Piemonte emerge un’altra vicenda simbolica sulle infiltrazioni criminali nell’economia piemontese. L’appalto dell’Anas, compartimento di Torino, per la “manutenzione ordinaria dopo gli incidenti” delle strade statali 32 (la Ticinese), 33 (la statale del Sempione) e 336 (quella che porta all’aeroporto di Malpensa) è finito in mano alla Ventura S.p.A., una società di Messina, associata alla “Compagnia delle opere” (ramo “affaristico” di Comunione e Liberazione) e sfiorata dall’indagine Gotha 3 sulle cosche mafiose di Barcellona Pozzo di Gotto e i loro business. Di questa ditta, che è in un’associazione temporanea di imprese che lavora per l’Expo, e della sua maniera per accaparrarsi gli appalti ha scritto pure Fabrizio Gatti su l’espresso del 6 dicembre 2012.

Per il coinvolgimento della Ventura spa negli affari di Salvatore Sam Di Salvo, “boss degli appalti” di Barcellona Pozzo di Gotto, la Prefettura di Messina ha ritirato il certificato antimafia, il documento che fa saltare ogni appalto pubblico. La ditta messinese viene esclusa dall’Expo (qui l’articolo de ilfattoquotidiano.it con le dichiarazioni di collaboratori e testimoni), e non solo. Così il 5 marzo scorso l’Anas ha revocato il “contratto n. 4591 avente ad oggetto appalto dei lavori di ordinaria manutenzione per il ripristino dei danni da incidenti, servizio di reperibilità e di interventi di emergenza sulle strade statali nn. 32,33/I, 336 e nsa 88 del Centro Manutentorio n. 2, Nucleo n. 3”.

E così la società siciliana ha fatto ricorso al Tar del Piemonte (perché è la sezione piemontese dell’Anas che ha fatto le sue decisioni) chiedendo sospendere in via cautelare l’annullamento del contratto e poi cancellare questa decisione nel merito. I giudici al momento – in via cautelare – hanno dato ragione all’Anas. Per loro la cancellazione del contratto è “adeguatamente” motivata:

“sulla base di emergenze istruttorie, a loro volta poste a base dell’informativa prefettizia, che delineano rilevanti profili di contiguità dei soci di riferimento della compagine ricorrente con ambienti della malavita organizzata e che configurano un apprezzabile rischio di condizionamento e infiltrazione da parte di quest’ultima negli affidamenti di commesse pubbliche”.

Non è tutto. Uno dei soci  – emerge dalla lettura del ordinanza del Tar – è stato condannato in via definitiva per turbativa d’asta e questo reato è “dotato di particolare rilevanza indiziaria in materia di normativa antimafia”. Inoltre “non appare episodio isolato ma si cala nel contesto di ulteriori tentativi di condizionamento delle procedure di affidamenti di appalti pubblici riferiti dai collaboratori di giustizia”.