Iacona si immerge nelle bassezze della giustizia

Sarà che sono una specie di addetto ai lavori e da cronista frequento quasi quotidianamente la procura e il tribunale di Torino, ma ho trovato il libro di Riccardo Iacona, Palazzo d’ingiustizia (Marsilio Nodi), un libro fondamentale e necessario. Lo ritengo tale non soltanto in quanto giornalista di cronaca giudiziaria, ma in quanto cittadino: non è e non deve rimanere materia per gli addetti ai lavori e per i pettegolezzi da corridoi il racconto di quanto è avvenuto pochi anni fa nella procura di Milano, una delle più importanti d’Italia, con lo scontro tra due magistrati sulla gestione di alcune indagini molto importanti che andavano a toccare alcuni poteri economici e politici. È una storia che riguarda la giustizia, quella che deve essere “uguale per tutti”, e la magistratura, che deve essere un potere indipendente dai condizionamenti politici.

Iacona ha il pregio di rendere scorrevole e comprensibile una serie di vicende complesse e lo fa partendo dal punto di vista di chi è uscito sconfitto da questo scontro, l’ex procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo. Qualcuno ha definito il libro un racconto di parte, pieno di “omissioni”, ma Iacona è chiaro sin dalle prime pagine e cerca equilibrio e completezza nei documenti ufficiali e nelle parole della controparte di questa storia, l’ex procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati che, tuttavia, non ha addentrarsi troppo nel merito di alcuni aspetti.

Alla fine della lettura restano due sensazioni sconfortanti. Per prima cosa sconforta sapere che una procura possa trattare in determinati modi alcune questioni importanti (non anticipo nulla, è tutto nel libro), ad esempio ritardando provvedimenti importanti o “dimenticando” fascicoli con notizie di reato gravi, andando contro alcuni principi. Poi sconforta sapere cosa succede a chi contesta la gestione “sensibile” (per utilizzare un termine in voga) o meglio diplomatica, poco autonoma, della giustizia. Queste sensazioni potrebbero sembrare quelle di un ingenuo e immagino alcune reazioni: “Benvenuto in questo mondo, va così ovunque”. E allora chissà quanti altri casi da svelare esisteranno.

Lascio il palazzo di giustizia di Milano convinto che, qualunque sia il giudizio sulla vicenda di Robledo, abbia stabilito uno spartiacque. Al di là delle vicissitudini personali che pure hanno attraversato i capitoli di questo libro, c’è un prima e un dopo Robledo. E il dopo che si sta profilando riguarda tutte le procure e i tribunali d’Italia: l’autonomia dei pm è di fatto sotto attacco. Non è mai stato facile portare a sentenza definitiva i colletti bianchi; nel dopo Robledo si rischia di non arrivare nemmeno al primo grado.

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