Tumori alla Olivetti, Passera e De Benedetti verso il processo

2067853375_4a2f67fcd5_zDal Fatto quotidiano del 26 settembre 2014

Personaggi importanti del capitalismo italiano sono passati tutti da qui, da Ivrea. Ci sono nomi di peso tra i 39 indagati per i tredici morti e i due malati di tumore provocati dall’amianto alla Olivetti: non solo Carlo De Benedetti, il fratello Franco Debenedetti e Corrado Passera, ma anche Rodolfo De Benedetti (figlio di Carlo ora a capo del gruppo Cir, che controlla il gruppo Espresso e Sorgenia), Roberto Colaninno (presidente di Alitalia) e Guido Roberto Vitale (azionista di Chiarelettere, che detiene una quota del Fatto). E poi ancora molti ex dirigenti, alcuni dei quali sono discendenti e familiari del fondatore Camillo Olivetti. Ieri dalla Procura di Ivrea sono partiti gli avvisi di conclusione dell’inchiesta durata due anni e condotta dai sostituti procuratori Lorenzo Boscagli e Gabriella Viglione.
Un “lavoro complesso e serio”, l’ha definito il procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando. A partire dalla ricezione del documento gli indagati avranno venti giorni di tempo per farsi interrogare o per consegnare ai magistrati delle memorie difensive: dopo i pm decideranno se chiedere al gup l’archiviazione o il processo. Tutto resta ancora da vedere, ma per il momento c’è una certezza: i casi raccolti finora dalla procura sono quindici, di cui tredici riguardano ex dipendenti morti per i tumori provocati dalle fibre killer (il mesotelioma pleurico, quello peritoneale, i carcinomi e l’asbestosi), mentre due persone stanno combattendo contro la malattia. Hanno respirato l’amianto, che era in tutti i luoghi della fabbrica di macchine da scrivere rese celebri da Adriano Olivetti, figura ancora molto amata in città. L’asbesto si trovava in forma di talco (usato per assemblare componenti di gomma e acciaio, o per far scorrere i fili elettrici dentro le macchine) o in lastre nei capannoni di San Bernardo d’Ivrea come negli stabilimenti di Scarmagno e Aglié; mentre era in forma di pannelli sui soffitti e sulle pareti nei centri direttivi, nel Palazzo Uffici, nelle Officine H, nella sala mensa delle Officine Ico e nel Centro Studi, edifici esempio dell’architettura industriale olivettiana che presto saranno al vaglio dell’Unesco per diventare patrimonio mondiale.
Secondo i pm Boscagli e Viglione i responsabili di questa situazione sono i dirigenti. La loro colpa? “Negligenza, imprudenza e imperizia”, ma anche l’omessa adozione di misure di sicurezza negli stabilimenti della Olivetti e delle sue società controllate, la Ocn, la Ope e altre ancora. Uno dei punti centrali da capire in questa vicenda è: cosa sapevano i vertici della presenza dell’amianto e della sua pericolosità? Nell’avviso recapitato agli indagati i magistrati mettono alcuni punti fermi. “Sebbene già dal 1974 fosse stata istituita la Commissione permanente ecologia e ambiente” e sebbene nel 1977 fosse stato diffuso un documento sulla diffusione dell’amianto nell’azienda (un documento “in cui non si faceva cenno al talco”, né a quello presente negli edifici), la fibra killer nelle lavorazioni è stata rilevata “tardivamente, solo nel 1977”, in molti altri luoghi è stata scoperta alla fine degli anni Ottanta, mentre il talco contaminato sarebbe stato rimosso dalla lavorazione nel 1986. I lavoratori avrebbero dovuto essere informati sulla presenza e sui rischi delle polveri e avrebbero dovuto ottenere dei mezzi di protezione, mentre la diffusione delle fibre doveva essere impedita o ridotta, diminuendo la presenza di pannelli e l’uso del talco e utilizzando sistemi di aspirazione.
In una nota Carlo De Benedetti, che è stato ai vertici dell’Olivetti dal 1978 fino al 1996, “ribadisce con forza la propria totale estraneità ai fatti contestati e attende con fiducia le prossime fasi del procedimento” per chiarire il suo ruolo nell’azienda. “L’Olivetti ha sempre prestato attenzione alla salute e alla sicurezza dei lavoratori – continua -, con misure adeguate alle normative e alle conoscenze scientifiche dell’epoca”. Misure forse non sufficienti se si guarda ai tredici morti, un numero destinato ad aumentare.

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