Mese: gennaio 2014

Giorno della memoria, il ricordo di una sopravvissuta al Porrajmos

Quattro anni fa sul sito del master di giornalismo dell’Università di Torino ho pubblicato la storia di Cena Huseinovic, ottantenne rom che abitava al campo nomadi di Germagnano, sopravvissuta al Porrajmos, lo sterminio degli “zingari”. Morì pochi mesi dopo l’intervista.

Cena Huseinovic, sopravvissuta allo sterminio rom dei nazifascisti

Porrajmos” vuole dire “divoramento”. È lo sterminio dei rom, ma anche un dolore interno che a volte torna a manifestarsi. Questo divoramento Cena Huseinovic, 80 anni, l’ ultima sopravvissuta in Piemonte insieme alla consuoceraMelica Muratovic, lo prova ancora. Dice “nervosa” e si commuove quando racconta la storia del suo popolo, lei che è scappata anche alla guerra in Yugoslavia e oggi abita in una baracca al campo di via Germagnano 10, senza riscaldamento e assistenza.

L’occasione per incontrarla è fornita da un incontro con le ragazze di “Idea Rom” (contatti: idea.rom at gmail.com), con l’associazione Romanò Ilò el’Opera Nomadi, per il giorno della memoria. Ivana Nikolic, 19 anni, ascolta il racconto in quella lingua che non ha ancora imparato, il romanì, ma si commuove con tutti gli altri presenti.

Cena aveva circa 12 anni quando accadde, intorno al 1942. Viveva nelle tende in un campo in Bosnia con la sua famiglia e altre cinquanta persone: “Ero a Visegrad e gli cetnici (fascisti serbi, ndr) ci portarono via coi treni”. Prima a Sarajevo, e poi a Jasenovac, nella zona croata vicino alla Bosnia. “Per un mese siamo stati chiusi in un bunker al buio, mangiando solo tre patate e un pezzo di pane al giorno”. In questo campo di concentramento degli ustascia, fascisti croati, gli adulti erano destinati ai lavori forzati, per produrre mattoni e catene. Quando lo sforzo e la fame li indebolivano “gli ustascia li prendevano uno a uno, li ammazzavano e li buttavano nel fiume Sava. – racconta Cena – Non ne sapevamo nulla, fino a quando non abbiamo trovato i cadaveri nel fiume”. (altro…)

A Torino solo due casi di corruzione

Sono solo quattro i processi per corruzione nella Corte d’appello del Piemonte e della Valle d’Aosta. Solo due a Torino, uno in più rispetto all’anno precedente. È un altro dato interessante e strano che emerge dalla relazione sull’anno giudiziario 2012/2013 del presidente Mario Barbuto.Schermata 01-2456683 alle 20.24.51

Nel complesso i reati contro la pubblica amministrazione nell’anno giudiziario 2012/2013 sono 4.797, in diminuzione del 5% rispetto all’anno precedente. Di questi 111 sono per peculato, 358 per “malversazione a danno dello Stato e indebita percezione di contributi” (diminuiti del 51%). Si registrano 32 processi per concussione (cioè verso il pubblico ufficiale che abusa del suo ruolo e “costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro o altra utilità”) e solo quattro per corruzione (cioè quando un pubblico ufficiale riceve da qualcuno denaro o “altra utilità” per fare qualcosa che rientra nei suoi compiti).

L’anno prima però a Torino ce n’era stato solo uno…

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Annota Barbuto

Chi sia attento alle vicende politiche e di costume sarebbe tentato di trarre conclusioni sugli effetti del famoso «DDL anticorruzione» del Ministro Severino, di cui tanto si è discusso due anni fa, divenuto poi legge 6 novembre 2012, n. 190 (Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione). Sarebbero conclusioni affrettate e non pertinenti, alla luce delle tre sotto-voci più importanti, «peculato», «concussione» e «corruzione», che hanno valori numerici (a parte il peculato) poco significativi rispetto al numero globale della “grande voce” dei reati contro la P.A..

Anno giudiziario. Occhio alle cifre sulla mafia

Interessante appunto nella lunga relazione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte d’appello del Piemonte.  Nel capitolo 7, dedicato alle tipologie di reati perseguiti nel distretto, il presidente Mario Barbuto scrive proprio di fare attenzione ai valori percentuali “in particolare per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso”.

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Si pensi alla incoerenza di un “senso di soddisfazione” per la diminuzione dei reati di associazione mafiosa del -26% oggi registrata, a fronte al grave allarme dello scorso anno quando per la stessa tipologia di reato si registrò l’incremento percentuale del +400%, influenzato dal Tribunale di Torino che nella citata voce aveva registrato addirittura il +575% di incremento (era evidente la forte influenza delle operazioni Minotauro e Albachiara, di cui si è già detto, processi unici e difficilmente ripetibili).

Già nella relazione dello scorso anno ho avvertito che «le percentuali così elevate devono essere valutate in base ai valori delle cifre assolute». Infatti nell’intero distretto erano stati registrati solo 30 procedimenti (di cui 27 nel Tribunale di Torino e 3 nella Corte d’appello, nessuno altrove), a fronte di 6 procedimenti complessivamente registrati l’anno precedente (2010/2011) e di soli 4 casi nell’anno 2009/2010.

Di fronte a queste cifre Barbuto fa un ammonimento.

Guai se dagli scarni dati statistici si traesse la convinzione che dopo l’impennata dello scorso anno «la mafia è stata debellata», solo perché l’indice statistico è passato dal +400% al -26%.
Non mi resta che ripetere quanto affermato lo scorso anno (ma anche in anni precedenti) a proposito della necessità della «doppia lettura dei dati statistici che possono (e devono) essere analizzati anche in trasparenza con una costante attenzione alle situazioni reali che li hanno generati».

Al Circolo dei Lettori il libro del pm Vittorio Nessi

Alle 18 oggi alla Sala Gioco del Circolo dei Lettori Vittorio Nessi, procuratore aggiunto a Torino, presenterà il suo libro “Strani amori”, una raccolta di racconti ispirati a fatti reali, seguiti dal pm nel corso della sua carriera. Si tratta di storie di amori falliti, vicende in cui è spesso la donna a pagare le conseguenze più dure. Il magistrato le rivive nelle vesti del suo alter ego, Bruno Ferretti, che indaga non solo il reato, ma pure le vite dei protagonisti dei fatti di cronaca, con riflessioni che restano fuori dai faldoni dei processi.

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Colpo di coda, dal gup critiche ai politici e i patti coi mafiosi

Su La Sentinella del Canavese di venerdì 17 gennaio 2014 gli articoli sulle motivazioni del processo “Colpo di coda” sulla ‘ndrangheta a Chivasso

Case, castelli e conti correnti. Le nuove armi della procura contro le mafie

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Pubblicato su La Repubblica, edizione di Torino del 28 dicembre 2013

Era ritenuto il boss della ‘ndrangheta nel Basso Piemonte, ma nonostante le prove i giudici del processo di primo grado lo hanno assolto dall’accusa di appartenere all’organizzazione. Tuttavia i suoi beni sono stati confiscati ed è stato sottoposto a sorveglianza speciale. Lo stesso è accaduto al fratello del boss di Torino: in casa sua erano stati trovati i riti di affiliazione alla ‘ndrangheta, ma per i giudici non era colpevole di “416 bis”, associazione a delinquere di stampo mafioso. Ciò non lo ha risparmiato da altre sanzioni. Negli ultimi anni la Procura di Torino, sotto la guida di Gian Carlo Caselli, ha affilato un’altra arma contro la criminalità organizzata, quella che aggredisce i “patrimoni mafiosi” agendo con sequestri, confische e sorveglianze speciali, le cosiddette “misure di prevenzione”. Dalla primavera 2010 esiste il gruppo investigativo “Riciclaggio e materie affini”, guidata dal procuratore aggiunto Alberto Perduca e sei sostituti procuratori, con la collaborazione del capitano dei carabinieri Paolo Palazzo e del vice-procuratore onorario Ferdinando Brizzi. In questi anni il loro impegno è andato via via crescendo, soprattutto dopo l’operazione “Minotauro”, le altre indagini sulla ‘ndrangheta e i relativi processi. La loro attività però non si limita solo ai mafiosi, ma pure ai rapinatori o ai truffatori seriali. Un esempio? I recenti sequestri a J.M., quarantenne autrice di decine di truffe immobiliari a danno di cittadini tedeschi. Il 23 dicembre i carabinieri le hanno sequestrato una villa a Bruino, una Mercedes classe B, tre conti correnti, una cassetta di sicurezza e altri beni.

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Per gli avvocati dei No Tav è leso il diritto alla difesa

Gli avvocati dei 54 No Tav imputati davanti al Tribunale di Torino per gli scontri dell’estate 2011 hanno diffuso oggi una lettera aperta per segnalare le lesioni al diritto alla difesa: due udienze monstre ogni settimana nell’aula bunker del carcere rendono difficile “un esercizio pieno e sereno del diritto di difesa”, scrivono. Ecco il testo del comunicato.

I sottoelencati difensori, parti processuali nel proc. pen. n. 18038/11 a 54 attivisti NO TAV per i fatti relativi alle manifestazioni del 27/6 e del 3/7/2011, attualmente in corso presso la IV Sezione del Tribunale di Torino, osservano quanto segue:

sin dall’inizio del suddetto processo, complesso per il numero degli imputati, delle persone offese e dei testimoni indicati dalle parti e per la rilevanza sociale della questione sottesa ai fatti per cui è processo, il Collegio difensivo aveva sottolineato la necessità di gestire il dibattimento in termini di normalità ed aveva rilevato, invece, come la scelta di tenere il processo presso l’Aula delle Vallette, con cadenza bisettimanale e con un orario dalle ore 9 alle 17, rendesse sostanzialmente impossibile ai sottoscritti difensori un esercizio pieno e sereno del diritto di difesa. Onde evitare inasprimenti della questione, si è cercata, allora, la via di una conciliazione tra gli interessi in discussione; il tentativo, lungo e faticoso, aveva finalmente prodotto un risultato positivo nell’incontro organizzato del Presidente del Tribunale, in data 3/12/2013 alla presenza del Collegio giudicante, delle parti processuali e del Presidente e della Consigliera Segretaria del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati.

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