Rimborsopoli, Cota sull’orlo del crac

Pubblicato il 28 novembre 2013 sul Fatto quotidiano

Non posso permanere in questa carica anche solo con l’ombra di un avviso di garanzia”. Il presidente della Regione Piemonte Roberto Cota l’avviso di garanzia l’ha ricevuto, e ha ricevuto pure quello della conclusione delle indagini, ma lui resta al suo posto. Quella frase l’aveva detta l’11 gennaio scorso nell’ufficio del procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli. Si era presentato spontaneamente insieme all’avvocato Domenico Aiello. Il motivo? “Si sta scatenando sui mezzi di informazione una specie di tritacarne in cui si rischia di finire tutti e di essere indistintamente fatti a pezzi”. Ora il “tritacarne” è tornato in funzione e lui, in Giappone per impegni istituzionali, spera di sopravvivere allo tsunami che si sta abbattendo su Torino.

In quel pomeriggio di gennaio, in una sorta di comizio di due ore, Cota ha spiegato ai pm della “Rimborsopoli” piemontese (43 i consiglieri indagati) che la sua attività politica è improntata alla “riduzione dei costi della politica, nell’esigenza di contenere la spesa pubblica”. Tagli agli stipendi, donazioni mensili alla Regione per sette mesi, nessun telefono a carico dell’amministrazione né auto blu: “Non ho mai inteso la politica come strumento di arricchimento – ha detto -. Potete guardare la mia situazione patrimoniale ed estratti conto che sono perennemente in rosso”. Aveva aggiunto che “se un politico deve proporre la chiusura di ospedali non può, allo stesso tempo, vivere nel dubbio di apparire come uno che approfitta per sé della sua posizione politico-istituzionale”.

Eppure il Nucleo tributario della Guardia di finanza di Torino, setacciando gli scontrini, ha trovato 25.410,66 euro di spese dubbie, soldi che dovevano servire al gruppo regionale della Lega e invece sono serviti ad altro. I finanzieri hanno accertato che per 115 volte Cota è stato incongruente: alcuni scontrini sono stati emessi in luoghi in cui lui non c’era. Perché? “Non curavo in prima persona i meccanismi di rimborso, né mi curavo delle modalità di rimborso per missioni”, ha detto l’11 gennaio. Poi il 16 aprile, dopo l’avviso di garanzia per peculato, è tornato davanti al procuratore aggiunto Andrea Beconi e ai sostituti Enrica Gabetta e Giancarlo Avenati Bassi. Ha dovuto spiegare, ad esempio, che tipo di spesa fosse il pranzo del giugno 2010 alla trattoria “Celestina” a Roma, zona Parioli, insieme a Francesco Giorgino, conduttore del Tg1: “Faccio politica non solo in Piemonte – ha risposto -. Mi muovo in quanto uomo politico anche a livello nazionale”. Che dire dei regali per le nozze dell’assessore regionale Michele Coppola o per quelle del vicepresidente del consiglio comunale di Torino Silvio Magliano? “Ho pensato di fare un regalo di rappresentanza come uomo politico”, ha detto. Tra le spese compaiono pure una custodia per l’iPad, un portafoto, un caricabatterie, 530 euro di foulard per portavoce e cravatte per collaboratori e autisti, 1.500 euro in penne da donare in occasioni ufficiali, un libro antico per Giulio Tremonti e ancora molti ristoranti e bar.

Ha detto che ai doni e agli scontrini ci pensava la sua segretaria, Michela Carossa, figlia di Mario, capogruppo leghista al Consiglio regionale, pure lui è indagato. “È anche successo che per sbaglio abbia dato alla mia segretaria degli scontrini non inerenti all’attività politica e la mia segretaria in qualche caso non li ha scartati”, ha detto Cota addebitandole alcuni errori. Resta il fatto che per le spese personali del governatore, cene e regali, non bastano i circa 14mila euro di stipendio mensile (in cui sono compresi 4.500 euro di rimborsi per l’esercizio di mandato). Alla fine, tolte le imposte e le ritenute, gli restano circa ottomila euro. “Per fortuna mia moglie lavora, altrimenti saremmo in bancarotta”, aveva detto.

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