Minotauro, la sentenza il 22 novembre

Da “La Sentinella del Canavese” del 18 ottobre 2013

Il nuovo pentito della ’ndrangheta a Torino, Nicodemo Ciccia, non sarà interrogato nel processo Minotauro che potrà andare così verso la fine. La sentenza è prevista il 22 novembre prossimo, data dell’ultima udienza nella quale i procuratori della direzione distrettuale antimafia potrebbero fare alcune repliche alle arringhe difensive prima della decisione.

La scelta di non ascoltare il collaboratore di giustizia è stata presa ieri mattina, giovedì, dai giudici della quinta sezione penale, presieduta da Paola Trovati. Secondo i magistrati, che hanno potuto leggere alcuni verbali delle dichiarazioni rese da Ciccia ai pubblici ministeri nelle ultime settimane, non sarebbe stato “necessario interrogarlo in questa fase”.

Martedì, nell’aula bunker, il pm Monica Abbatecola aveva sostenuto, invece, che Ciccia avrebbe fornito “dichiarazioni rilevanti e pertinenti al processo” per cui sarebbe stato “assolutamente necessario” ascoltarlo”. Per la corte, le informazioni date dal pentito non avrebbero cambiato la situazione emersa nel procedimento e non avrebbero aggiunto elementi nuovi. Sarebbero solo conferme di quanto si sa già, fatti da lui appresi durante la sua “parentesi delinquenziale nella ’ndrangheta, dalle chiacchierate col suo capo, Bruno Iaria, boss di Cuorgné, o, forse, addirittura dagli atti del processo”.

Una decisione simile era stata presa mercoledì mattina dai giudici della Corte d’appello, dove si sta svolgendo il processo di secondo grado contro gli ’ndranghetisti che hanno scelto il rito abbreviato.

Ciccia, ‘ndranghetista della cosca di Cuorgné con la dote di “vangelo” (una carica alta all’interno dell’organizzazione criminale), nonché interlocutore previlegiato del boss Iaria, il 23 maggio 2012 ha patteggiato una condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso a un anno e undici mesi, ma la sua “conversione” è arrivata tardi, solo dopo l’ultimo arresto di cui è stato protagonista, il 6 settembre scorso, per la tentata estorsione ai danni di un imprenditore canavesano. Una volta in cella l’uomo ha chiesto di poter parlare con i magistrati della direzione distrettule antimafia, ai quali ha espresso il suo desiderio di collaborare con la giustizia perché “stanco dei problemi della vita criminale e preoccupato per il futuro dei suoi figli”. Il processo procede verso la sua stretta finale, dunque, e tutta l’attesa, ora, è per il verdetto. Qualunque sia, una pagina vergognosa è già stata scritta.

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