Mese: luglio 2013

Azienda sospetta dentro il cantiere Tav Il tribunale riammette la Pato

Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 28 luglio 2013

L’azienda era sospetta, ma per i giudici non ci sono le prove e così potrà operare al cantiere della Tav. Il Tar del Piemonte ha sospeso la decisione con cui Venaus Società Consortile cancellava il subappalto nel cantiere della Torino-Lione alla Pato Perforazioni  perché destinataria dell’informativa antimafia della Prefettura di Rovigo (il documento che sospende le società dai lavori pubblici per via delle infiltrazioni malavitose). La decisione cautelare dei giudici, presieduti da Lanfranco Balucani, è arrivata giovedì e si basa sulla sentenza emessa dai colleghi del Tar Campania, sezione di Salerno: questi ultimi hanno annullato l’informativa antimafia per la mancanza di prove sufficienti. Nel documento – riassumono i magistrati campani – è stato evidenziato come sia l’amministratore della società, Gaetano Rosini, sia il familiare e socio Valerio Rosini, abbiano avuto denunce per aver fatto false dichiarazioni fiscali grazie all’uso di fatture per operazioni inesistenti. Tutto ciò sarebbe stato realizzato insieme ad «Basile Antonio, pregiudicato campano, ritenuto un fiancheggiatore del clan dei Casalesi». Eppure questo non basta a giustificare l’informativa antimafia, che i magistrati campani hanno annullato. «Ci devono essere elementi gravi – afferma l’avvocato della Pato Lorenzo Lentini -, altrimenti si finisce per distruggere un’impresa sulla base del nulla giuridico».

Di conseguenza i magistrati di Torino hanno deciso di sospendere le decisioni prese sulla base del documento, tra cui la risoluzione del contratto tra Venaus Società Consortile e Pato srl e la nota con cui Ltf affermava che la Pato «non potrà lavorare». Decisioni uguali sono state prese anche nei tribunali amministrativi di Lombardia e Molise, dove la ditta di Rovigo aveva altri appalti importanti.

Ora Venaus Società Consortile potrà fare ricorso al Consiglio di Stato oppure dovrà riconoscere la validità del contratto stipulato.

Aggiornamenti. Qui l’estratto della sentenza del Tar della Campania, sezione di Salerno (altro…)

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416ter, Mattiello risponde a Saviano e Cantone

Molti oggi esprimono dubbi sulla riforma dell’articolo 416ter del codice penale, quello sul voto di scambio. Ne scrivono La Repubblica, con un intervento di Roberto Saviano, e il Mattino con il giudice Raffaele Cantone.

Davide Mattiello, indipendente eletto nelle file del Pd, proveniente da Libera e dalla galassia di don Luigi Ciotti, tra i promotori di una riforma che preveda l’inasprimento della legge, risponde ai dubbi con una lettera aperta.

Stimati Raffaele Cantone e Roberto Saviano,

La riforma del 416 ter oggi o al più tardi all’inizio della prossima settimana, dovrebbe essere approvata anche dal Senato e noi ci auguriamo che questo accada.

Ogni norma è il prodotto di un complesso negoziato politico.

La riforma del 416 ter non fa eccezione e quindi è benedetta ogni prudenza critica, che ci aiuti a precisare la volontà del legislatore.

Due sono i rilievi principali, raccolti in questi giorni.

La riformulazione del 416 ter, nella sua prima parte, rende la condotta penalmente rilevante di più difficile dimostrazione? In particolare spinge ‘a valle’ la condotta che integra la fattispecie, alludendo a comportamenti concreti e conseguenti, che attivano la forza intimidatrice della mafia e che come tali dovranno essere provati in processo?

No.

La condotta penalmente rilevante resta (!) l’accordo tra le parti, lo scambio di volontà tra il politico (o chi lo rappresenti) e il mafioso. Un accordo che si è voluto descrivere, rafforzando (forse anche in maniera ultronea sul piano della scienza giuridica) l’elemento della consapevolezza che deve stare nel politico (o chi per lui) di stare chiedendo alla mafia (nella persona di un suo esponente) di raccogliere i voti.

Conosco personalmente il testo di svariate intercettazioni telefoniche, che verrebbero proprio utili. Avessero anche ad oggetto quelle particolari ‘elezioni’ non coperte da tutela penale, perché considerate fatti privati, che sono le così dette primarie di partito…

Secondo rilievo: la riformulazione del 416 ter non coglierebbe la posta di sanzionare tra gli oggetti della ‘contropartita’ da parte del politico la promessa di essere nel futuro a disposizione dell’organizzazione mafiosa ovvero non colpirebbe normativamente l’origine del così detto concorso esterno. Reato fin qui di natura giurisprudenziale.

No.

La posta è invece colta.

Abbiamo voluto esplicitare nella relazione al testo che il verbo ‘erogare’ regge soltanto il termine ‘denaro’, non anche le parole ‘altra utilità’. Quindi la seconda parte dell’articolo è da leggersi: ‘in cambio dell’erogazione di denaro’ o ‘in cambio di altra utilità’. Ciò posto, abbiamo voluto precisare che in ‘altra utilità’ si dovrà intendere anche la disponibilità proiettata nel futuro a comportarsi in maniera funzionale agli interessi mafiosi. Per esempio portando in Giunta persona legata al clan? Si.

Ecco.

La riformulazione ha anche corretto uno storico errore di testo (relativo al riferimento al III Comma del 416 bis), ha proporzionato la pena, volutamente distinguendola da quella prevista dal 416 bis: altra traccia della volontà del legislatore di normare l’origine del concorso esterno.

Ha infine creato al secondo comma il ‘reato fine’ con il che il mafioso che si accordi col politico, sarà punito anche per questa specifica condotta oltre a rispondere per il 416 bis.

Insomma: tutto è migliorabile, ma non direi che il nuovo 416 ter sia inutile sul piano giuridico e che serva soltanto ad appuntare al petto di qualche politico una onorificenza vacua. Il nuovo 416 ter sarà un buon grimaldello per fare del nostro Paese, un Paese libero dalle mafie… Da domani!

on. Davide Mattiello (relatore per il PD sul 416 ter)

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Di seguito i link che riguardano questo tema:

Fermi tutti, ritorna La Ganga*

Oggi Giuseppe “Giusi” La Ganga, ex capogruppo del Psi in Parlamento negli anni di Tangentopoli, diventa consigliere comunale di Torino dopo quasi venti anni di assenza dalle scene politiche.

Il 15 gennaio 1994 trapelano notizie sul suo abbandono della politica:

“Mi assumo la responsabilità dei finanziamenti illeciti ricevuti. E, per coerenza, non posso continuare a fare il politico”.

(altro…)

Fonsai, “Speriamo che non salti fuori la corruzione”

Tremano e tramano. I vertici di Fonsai e di Premafin – “asserviti” alla famiglia secondo il gip di Torino – hanno paura delle conseguenze dell’indagine avviata nell’aprile 2012 dalla Procura di Torino e la Guardia di Finanza sui bilanci della compagnia assicurativa e che ha portato agli arresti della famiglia Ligresti. Per questo si incontrano, parlano, prendono iniziative, “istruiscono” i testimoni, additano altri responsabili e organizzano “viaggi”. Dall’ordinanza emergono anche tutti i benefit di cui ha goduto la Ligresti family.

“Speriamo che ci si ferma a queste ipotesi qua… che non salti fuori la corruzione”.  Tremano gli ex amministratori delegati Fausto Marchionni ed Emanuele Erbetta mentre parlano al tavolo del caffè Norman a Torino il 29 maggio scorso. Temono che dalle indagini emergano non solo le conferme dei bilanci falsati, ma anche episodi di corruzione. A esprimere questa preoccupazione è l’ex amministratore delegato di Fonsai e di Milano Assicurazioni Marchionni che dice a Erbetta: “Speriamo che ci si ferma a queste ipotesi qua, che non salta fuori tutta la storia della parte immobiliare e della corruzione altrimenti viene fuori un casino”. Allude a due episodi: le compravendite immobiliari (forse quella degli Atahotel, o forse gli interessi immobiliari più ampi dei Ligresti) e la corruzione, della quale non è emerso nulla. Almeno finora.

(altro…)

La ditta mafiosa sulle strade tra Novara e Vco

Dagli atti del Tribunale amministrativo regionale del Piemonte emerge un’altra vicenda simbolica sulle infiltrazioni criminali nell’economia piemontese. L’appalto dell’Anas, compartimento di Torino, per la “manutenzione ordinaria dopo gli incidenti” delle strade statali 32 (la Ticinese), 33 (la statale del Sempione) e 336 (quella che porta all’aeroporto di Malpensa) è finito in mano alla Ventura S.p.A., una società di Messina, associata alla “Compagnia delle opere” (ramo “affaristico” di Comunione e Liberazione) e sfiorata dall’indagine Gotha 3 sulle cosche mafiose di Barcellona Pozzo di Gotto e i loro business. Di questa ditta, che è in un’associazione temporanea di imprese che lavora per l’Expo, e della sua maniera per accaparrarsi gli appalti ha scritto pure Fabrizio Gatti su l’espresso del 6 dicembre 2012.

Per il coinvolgimento della Ventura spa negli affari di Salvatore Sam Di Salvo, “boss degli appalti” di Barcellona Pozzo di Gotto, la Prefettura di Messina ha ritirato il certificato antimafia, il documento che fa saltare ogni appalto pubblico. La ditta messinese viene esclusa dall’Expo (qui l’articolo de ilfattoquotidiano.it con le dichiarazioni di collaboratori e testimoni), e non solo. Così il 5 marzo scorso l’Anas ha revocato il “contratto n. 4591 avente ad oggetto appalto dei lavori di ordinaria manutenzione per il ripristino dei danni da incidenti, servizio di reperibilità e di interventi di emergenza sulle strade statali nn. 32,33/I, 336 e nsa 88 del Centro Manutentorio n. 2, Nucleo n. 3”.

E così la società siciliana ha fatto ricorso al Tar del Piemonte (perché è la sezione piemontese dell’Anas che ha fatto le sue decisioni) chiedendo sospendere in via cautelare l’annullamento del contratto e poi cancellare questa decisione nel merito. I giudici al momento – in via cautelare – hanno dato ragione all’Anas. Per loro la cancellazione del contratto è “adeguatamente” motivata:

“sulla base di emergenze istruttorie, a loro volta poste a base dell’informativa prefettizia, che delineano rilevanti profili di contiguità dei soci di riferimento della compagine ricorrente con ambienti della malavita organizzata e che configurano un apprezzabile rischio di condizionamento e infiltrazione da parte di quest’ultima negli affidamenti di commesse pubbliche”.

Non è tutto. Uno dei soci  – emerge dalla lettura del ordinanza del Tar – è stato condannato in via definitiva per turbativa d’asta e questo reato è “dotato di particolare rilevanza indiziaria in materia di normativa antimafia”. Inoltre “non appare episodio isolato ma si cala nel contesto di ulteriori tentativi di condizionamento delle procedure di affidamenti di appalti pubblici riferiti dai collaboratori di giustizia”.

Caso Shalabayeva: quanti sono i funzionari a rischio?

Normale che, in una situazione in divenire, ci siano informazioni poco chiare. Però fa sorridere.
Quanti sono i dirigenti della Polizia di Stato che rischiano sanzione per come è stato gestito il rimpatrio di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov?

Riporto solo le cifre date nei titoli. Per il Messaggero sono tre (come per l’Unità), per il Corriere della Sera quattro, per la Stampa cinque.
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Boss della ‘ndrangheta minaccia poliziotto: “Sbirro infame”

Schermata 07-2456496 alle 23.03.00Da torino.repubblica.it, del 14 luglio 2013

«Tu mi devi portare la macchina. Tu sei uno sbirro infame». È così che un boss della ‘ndrangheta intimoriva un poliziotto di Porta Susa. A parlare è Domenico Pio, classe 1946, condannato a 16 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso, usura e intestazione fittizia di beni nel processo “Infinito” contro la ‘ndrangheta in Lombardia e ora sottoposto a tre anni di libertà vigilata. La vicenda, avvenuta cinque anni fa, emerge dalle motivazioni della sentenza pubblicate da poco e sebbene non sia stata trattata nel processo milanese per i giudici «merita comunque di essere ricostruita perché denota lo spessore criminale dell’imputato». Ma soprattutto mostra come le intimidazioni mafiose non si fermano nemmeno davanti alla polizia. Pio si mette in contatto con l’agente Michele a Torino perché un uomo vuole riavere un’auto sequestrata e chiede l’intervento dello “zio”. Il 4 ottobre 2008 Pio alza la cornetta. «Apostrofa il poliziotto dandogli del tu e invitandolo a presentarsi a lui “non quale sbirro”, come ha fatto il suo amico, ma da uomo che “porta a termine gli impegni che si è assunto”», riassumono i giudici. Pio vuole incontrare l’agente. Dopo dieci giorni richiama, il poliziotto nega l’incontro e lo “zio” reagisce: «Mi devi portare la macchina, capisti? Tu mi devi portare la macchina. Pezzo di merda, sbirro di merda, tu sei uno sbirro infame». Dopo alcune ore telefona ancora, chiede perché si nasconda: «Tanto ti trovo lo stesso». Se Pio non avesse trovato l’auto sarebbe andato a cercare il poliziotto a casa sua. È per questo che subito dopo fa una chiamata a Demetrio Tripodi (forse lo stesso indagato nel processo Minotauro) e chiede: «A Nichelino c’è qualche capo mastro con il quale possiamo parlare?». Per i giudici Pio «ha in mente un’azione punitiva» e seguendo le regole della ‘ndrangheta verifica «se quel territorio è sottoposto al controllo di qualche locale, il cui capo deve essere interpellato». Di come si sia conclusa la vicenda tra il malavitoso e il poliziotto non si nulla.