Canavese, Caselli indica le infiltrazioni dirette della ‘ndrangheta in politica

Pubblicato su “La Sentinella del Canavese” il 28 giugno 2013.

Cuorgnè, Rivarolo e Chivasso. Sono questi i tre Comuni in cui la ‘ndrangheta si è infiltrata direttamente. Mercoledì mattina, nell’aula bunker del carcere Lorusso e Cutugno di Torino, nella requisitoria del processo Minotauro, il procuratore capo Gian Carlo Caselli ha sferrato un attacco ai politici che, per ignoranza o per opportunismo, hanno avuto contatti con la ‘ndrangheta.

«Ci sono tante persone che traggono vantaggio e non hanno nessun interesse a denunciare – ha denunciato Caselli -. Politici e amministratori la cui colpa è l’opportunismo, colpa grave ma non penalmente sanzionata». Ci sono casi che vanno oltre i semplici contatti e riguardano alcuni comuni del Canavese, luoghi in cui ci sono state «infiltrazioni dirette». Ha citato la storia di Giovanni Iaria, condannato in abbreviato a sette anni e quattro mesi per associazione a delinquere di stampo mafioso e per voto di scambio (a favore dell’eurodeputato Fabrizio Bertot), un «chiaro esempio di diretta infiltrazione mafiosa nelle istituzioni».

«Eletto a Cuorgnè nelle file del Psi nel 1975, nel 1979 viene espulso dal partito perché indagato per evasione fiscale, ma rimane in carica come assessore di Cuorgnè. Nel 1989 sorvegliato speciale, misura tolta nel 1990». Da Cuorgnè al basso Canavese. «Per la diretta infiltrazione il riferimento deve essere fatto a Chivasso – ha detto Caselli – dove emerso l’interessamento di affiliati al sodalizio all’elezione del sindaco pochi giorni prima dell’esecuzione dell’ordinanza Minotauro. l’8 giugno 2011. Protagonisti principali sono Ferdinando Cavallaro e Bruno Trunfio, figlio del capo locale Pasquale Trunfio. Tutti operavano nel settore edile ed erano direttamente interessati ad appoggiare candidati che potevano favorirli nell’ottenimento dei lavori».

Ai giudici Caselli ha spiegato la strategia adottata durante le elezioni da Trunfio, ex vicecoordinatore cittadino dell’Udc, e compagni: «Cosa si voleva? Impedire che una delle due liste vincesse e poi andare al ballottaggio per fare l’apparentamento, un momento succulento per chiedere posti comunali, un incarico importante nella giunta e nella Chind spa. Nella delicata scelta del partito con cui apparentarsi per il ballottaggio non hanno mai inserito nella discussione qualche idea politica o programmatica – ha sottolineato il procuratore capo -. Un modus operandi che non poteva non insospettire gli interlocutori, i quali invece hanno sempre accettato o rifiutato le proposte per mero calcolo di interessi elettorale». Per questo -secondo – Caselli senza le nuove elezioni sarebbe sicuramente intervenuto lo scioglimento.

Infine il pm ha citato i comuni sciolti per le infiltrazioni, Leinì e Rivarolo Canavese, con il segretario comunale Antonino Battaglia (imputato) e l’ex sindaco Bertot, ora eurodeputato, che erano andati a cercare voti al bar Italia del boss Giuseppe Catalano. Ma Caselli ha anche nominato Paolo Mascheroni, sindaco di Castellamonte citato più volte da Antonino Occhiuto, di Salassa: «Vi faccio incontrare con Mascheroni – diceva al telefono -. Vi date una mano e poi a Castellamonte facciamo quello che vogliamo». Come ha sottolineato Caselli questo è un caso emblematico in cui «l’appoggio fornito era finalizzato a chiedere poi il conto».

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