Mese: giugno 2013

Minotauro e i mafiosi a Venaria 30 anni fa

Vale la pena di scaricarsi da Radio Radicale la sua requisitoria di mercoledì mattina del procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli, perché è un ottimo riepilogo – ricco di spunti critici – di come le mafie hanno preso piede nel Nord Italia.

Per ricordare a politici, amministratori, uomini d’affari e giornalisti da quanto esiste il pericolo di infiltrazioni mafiose al Nord ha ricordato un’intervista che ha fatto storia: quella di Giorgio Bocca al generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa su “La Repubblica” del 10 agosto 1982 e incentrata sulla lotta alla mafia siciliana. Caselli, che ha lavorato insieme al generale nella lotta contro il terrorismo, ha citato questo passaggio molto significativo per un processo come “Minotauro”:

Generale, noi ci siamo conosciuti qui negli anni di Corleone e di Liggio, lei è stato qui fra il ’66 e il ’73 in funzione antimafia, il giovane ufficiale nordista de “Il giorno della civetta”. Che cosa ha capito allora della Mafia e che cosa capisce oggi, 1982?
“Allora ho capito una cosa, soprattutto: che l’istituto del soggiorno obbligatorio era un boomerang, qualcosa superato dalla rivoluzione tecnologica, dalle informazioni, dai trasporti. Ricordo che i miei corleonesi, i Liggio, i Collura, i Criscione si sono tutti ritrovati stranamente a Venaria Reale, alle porte di Torino, a brevissima distanza da Liggio con il quale erano stati da me denunziati a Corleone per più omicidi nel 1949. Chiedevo notizie sul loro conto e mi veniva risposto: ” Brave persone”. Non disturbano. Firmano regolarmente. Nessuno si era accorto che in giornata magari erano venuti qui a Palermo o che tenevano ufficio a Milano o, chi sa, erano stati a Londra o a Parigi”.

Canavese, Caselli indica le infiltrazioni dirette della ‘ndrangheta in politica

Pubblicato su “La Sentinella del Canavese” il 28 giugno 2013.

Cuorgnè, Rivarolo e Chivasso. Sono questi i tre Comuni in cui la ‘ndrangheta si è infiltrata direttamente. Mercoledì mattina, nell’aula bunker del carcere Lorusso e Cutugno di Torino, nella requisitoria del processo Minotauro, il procuratore capo Gian Carlo Caselli ha sferrato un attacco ai politici che, per ignoranza o per opportunismo, hanno avuto contatti con la ‘ndrangheta.

«Ci sono tante persone che traggono vantaggio e non hanno nessun interesse a denunciare – ha denunciato Caselli -. Politici e amministratori la cui colpa è l’opportunismo, colpa grave ma non penalmente sanzionata». Ci sono casi che vanno oltre i semplici contatti e riguardano alcuni comuni del Canavese, luoghi in cui ci sono state «infiltrazioni dirette». Ha citato la storia di Giovanni Iaria, condannato in abbreviato a sette anni e quattro mesi per associazione a delinquere di stampo mafioso e per voto di scambio (a favore dell’eurodeputato Fabrizio Bertot), un «chiaro esempio di diretta infiltrazione mafiosa nelle istituzioni».

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Politica e ‘ndrangheta, la lista nera di Caselli

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Pubblicato su “La Repubblica”, edizione di Torino del 27 giugno 2013

Un duro attacco alle connivenze tra politici e ‘ndranghetisti, soprattutto alla superficialità e all’opportunismo dei primi. Lo ha fatto il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli, che è intervenuto ieri mattina nell’ aula bunker delle Vallette per il processo “Minotauro” proprio nel trentesimo anniversario dall’ uccisione del giudice Bruno Caccia: «È stato proprio a Torino che il 26 giugno di trent’anni fa la ‘ndrangheta uccideva il procuratore capo Bruno Caccia», ha ricordato nella sua requisitoria.

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“Mafie al nord”, appuntamento a oggi pomeriggio con Caselli e Saviano

Come anticipavo su La Repubblica” una settimana fa, oggi Roberto Saviano insieme al procuratore capo Gian Carlo Caselli parleranno di mafie al nord in occasione del 30° anniversario dell’omicidio del giudice Bruno Caccia, un evento organizzato dalla giunta regionale dell’Associazione nazionale magistrati.

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Qui l’intervista di Vera Schiavazzi a Saviano sull’edizione torinese de “La Repubblica”

Ingroia e il mistero del tapiro scomparso

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Ultimo giorno da pm per Antonio Ingroia ieri ad Aosta, dove ha consegnato le chiavi del suo ufficio al procuratore capo Marilinda Mineccia. Dopo aver deciso di non firmare alcuna lettera di dimissioni, ma di aspettare la “decadenza” dall’incarico, così da non dover lasciare la palla in mano ai membri del Csm e al vicepresidente del Csm Michele Vietti, ha fatto un giro negli uffici del secondo piano insieme alla procuratrice capo Mineccia e alla scorta per salutare gli impiegati, gli ufficiali e i colleghi della procura.

Nei corridoi gli è tornato in mente il Tapiro d’oro che Valerio Staffelli, inviato di Striscia la Notizia, gli aveva consegnato il 15 maggio scorso, al momento del suo arrivo nella procura della Vallée. Un tapiro particolare, con sopra delle false fette di fontina, il tipico formaggio valdostano.

Quindi è andato nel ‘suo’ ufficio (fuori dal quale c’era già la targhetta col suo nome) per riprenderlo: “Era un bell’ufficio – ha detto entrando -. Ma dov’è il Tapiro? Io l’avevo messo qua. Se l’è portata la scorta?”. Un nuovo mistero nasce nel suo ultimo giorno da pm. Secondo la collega Mineccia, lo ha preso la dottoressa X, poi qualcuno si ricorda che gli uomini della scorta lo hanno preso in carico. Ingroia avrà ritrovato poi la statuetta?

Roberto Saviano a Torino per Bruno Caccia

Roberto Saviano affiancherà Gian Carlo Caselli in un incontro-dibattito organizzato dall’Anm in occasione del trentesimo anniversario dall’assassinio di Bruno Caccia, il procuratore di Torino ucciso dalla ’ndrangheta.

Appuntamento giovedì 27 giugno alle 15 nell’aula magna del Palazzo di giustizia.

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Fede contro-querela Imane Fadil?

Emilio Fede, imputato a Torino con l’accusa di diffamazione su querela della modella Imane Fadil, ha replicato così alla richiesta di risarcimento della giovane nel processo “Ruby bis” in corso a Milano.
“Ho dato mandato ai miei avvocati di Milano, Biella, Londra e Bruxelles di sporgere querela per diffamazione grave nei confronti di Imane Fadil, la quale ha offerto una ricostruzione delle cene di Arcore che non corrisponde alla realtà”, ha fatto sapere Fede. “Ricostruzione che offende gravemente la mia immagine – ha aggiunto – Chiedo pertanto il risarcimento di 4 milioni di euro poiché la cronaca di questa udienza è stata diffusa anche all’estero”.

Una contromossa alla querela per diffamazione della Fadil?

La pazienza di immergersi nei fatti

Certo, per cogliere le tante sfumature pro-accusa o pro-difese di cui sono fatte le prove assunte in mesi di udienze, e per soppesarle con onestà intellettuale anche a fronte dell’inedita situazione che vede un imputato stipendiare mensilmente decine di testimoni del processo nell’inerzia della Procura, occorrerebbe la pazienza di immergersi tra i fatti oggetto di faticoso accertamento: zavorra per le opposte tifoserie, piú a loro agio nel fare surf sulla superficie delle impressioni.

Lo ha scritto Luigi Ferrarella, cronista giudiziario del Corriere della Sera, il 2 giugno 2013. Per molti si tratta di una replica a quanto scritto da Pierluigi Battista, editorialista dello stesso quotidiano, il giorno precedente. Battista aveva scritto che nei confronti di Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti la richiesta di sette anni di pena era eccessiva:

la pena dovrebbe essere l’espiazione spietata di un peccato, di una condotta abominevole, di uno stile di vita infamato ed infamante. Sette anni di galera e interdizione perpetua: ecco il prezzo per aver fatto da protagonisti delle spregevoli notti nell’antro di Arcore.

Ferrarella, che quel procedimento lo conosce, gli ha risposto punto per punto dandogli una lezione di diritto.