Pure per i giudici del Consiglio di Stato Fascismo e libertà non può partecipare

Pure il Consiglio di Stato, l’organo supremo in materia di giustizia amministrativa, il movimento “Fascismo e Libertà” non può partecipare alle elezioni. La decisione è recentissima, dello scorso marzo, e ribalta quando vanno dicendo i vertici del movimento neofascista, cioè che i giudici amministrativi non possono fare sentenze basate sui contenuti politici.

Tuttavia è la Costituzione a parlare chiaro e i magistrati lo ribadiscono pure in questo caso, che riguarda le elezioni del 2012 di un comune abruzzese, Montelapiano, 77 anime nella Val di Sangro.

Katia De Ritis, candidata sindaco del movimento, era stata esclusa dalla commissione elettorale circondariale di Atessa, che l’ha esclusa perché ha presentato simboli e sigle che contengono “un chiaro riferimento al partito fascista la cui riorganizzazione é vietata”. Lei ricorre al Tar di Pescara per chiedere l’annullamento delle elezioni e la decisione va a suo favore. Si legge nella prima sentenza del luglio 2012:

La lettura delle disposizioni vigenti in materia, non fanno cenno alcuno alla possibile valutazione circa il valore politico, democratico o meno, del simbolo presentato, da parte della Sottocommissione circoscrizionale, anche perché trattasi di una discrezionalità che va oltre i tipici aspetti amministrativi.

Secondo i giudici di Pescara i principi della Costituzione  trovano attuazione nella legge Scelba (che istituisce l’apologia di fascismo) e dà la competenza al tribunale penale e non amministrativo.

I consiglieri comunali eletti però fanno ricorso al Consiglio di Stato, che il 6 marzo scorso ha pubblicato una sentenza in cui si mettono nero su bianco alcuni principi:

il diritto di associarsi in un partito politico, sancito dall’art. 49 Cost., e quello di accesso alle cariche elettive, ex art. 51 Cost., trovano un limite nel divieto di riorganizzazione del disciolto partito fascista imposto dalla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione. Detto precetto costituzionale, fissando un’impossibilità giuridica assoluta e incondizionata, impedisce che un movimento politico formatosi e operante in violazione di tale divieto possa in qualsiasi forma partecipare alla vita politica e condizionarne le libere e democratiche dinamiche. Va soggiunto che l’attuazione di tale precetto, sul piano letterale come sul versante teleologico, non può essere limitata alla repressione penale delle condotte finalizzate alla ricostituzione di un’associazione vietata ma deve essere estesa ad ogni atto o fatto che possa favorire la riorganizzazione del partito fascista. (…)

In conformità questo Consiglio di Stato, con parere della sez. I, 23 febbraio 1984, n. 173/94, ha sottolineato l’impossibilità che un raggruppamento politico partecipi alla competizione elettorale sotto un contrassegno che si richiama esplicitamente al partito fascista bandito irrevocabilmente dalla Costituzione. (…)

Tanto premesso si deve concludere per la legittimità del provvedimento impugnato con cui la Commissione elettorale, facendo uso di un potere attribuito dal sistema normativo, ha disposto l’esclusione della lista sulla scorta di un’adeguata motivazione in merito al contrasto con la disciplina costituzionale, in ragione del simbolo del movimento (il fascio), della dizione letterale (acronimo di Fascismo e Libertà) e del richiamo ideologico al disciolto partito fascista.

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