Mese: ottobre 2012

Parente di un mafioso, arma negata

Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 29 ottobre 2012, uno strano caso valutato dal Tar.

Ha «cattive frequentazioni» e un parente pericoloso: è cognato di Antonio Agresta, il boss della “locale”di ‘ndrangheta a Volpiano condannato a dieci anni e otto mesi di carcere nel processo abbreviato “Minotauro”. Per questi motivi i giudici del Tar di Torino hanno rigettato il ricorso con cui Giuseppe Cosenza chiedeva di annullare gli atti della questura che negano all’uomo il porto di armi.

Una decisione, quella presa dopo l’udienza di giovedì, che contraddice la sentenza emessa dagli stessi magistrati (Vincenzo Salamone, Ofelia Fratamico e Antonino Masaracchia) proprio un anno prima.

Il 13 settembre 2010 la questura aveva annullato la «validità della licenza di porto di fucile per uso tiro a volo» e aveva respinto la richiesta di una nuova licenza per detenere un fucile da caccia, spiegando che mancava il «requisito di affidabilità»: con un’informativa i carabinieri di Volpiano segnalavano che Cosenza frequentava pregiudicati e che suo cognato era «affetto da gravi pregiudizi di natura penale». Eppure, solo un anno fa, i giudici avevano ritenuto insoddisfacenti questi motivi e avevano chiesto alla questura di fornire più dettagli nel caso in cui fossero state fatte altre richieste per il porto di armi. E così è stato fatto.

Quando nel marzo scorso gli uffici di corso Vinzaglio hanno negato le licenze, Cosenza (assistito dall’avvocato Alessia Viola Bart) ha fatto un nuovo ricorso al Tar.

Stavolta sul tavolo dei giudici è arrivato un rapporto dettagliato sugli incontri con pregiudicati nell’arco di dieci anni tra Volpiano e la Locride e una nota dei carabinieri di Volpiano su quel cognato scomodo, Antonio Agresta, «tratto in arresto nell’operazione denominata Minotauro» per associazione a delinquere di stampo mafioso. Non era ancora giunta la condanna del 2 ottobre, ma la notizia dell’arresto è bastata ad aumentare la preoccupazione «su possibili cattivi usi dell’arma facilitati dalle inevitabili frequentazioni con il titolare dell’arma», frequentazioni «non smentite dallo stesso ricorrente».

Per questo ora il Tar afferma che è «complessivamente “non affidabile” per la detenzione di armi».