Mese: settembre 2012

Rogo alla Thyssen. Boccuzzi cita l’azienda per il danno punitivo

Parte la causa civile dell’ex operaio e ora deputato Pd contro la multinazionale. Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 29 settembre 2012.

Mentre si aspetta l’inizio del processo d’appello per la tragedia della ThyssenKrupp del 6 dicembre 2007, Antonio Boccuzzi, l’unico operaio sopravvissuto al rogo, ha depositato – tramite i suoi legali dello studio Ambrosio e Commodo – la citazione per la causa civile con cui chiederà alla multinazionale tedesca dell’acciaio un risarcimento milionario per «danno punitivo». Il processo si svolgerà di fronte al giudice della quinta sezione civile del Tribunale di Torino Patrizia Visaggi.

Il «danno punitivo» è una novità che non esiste nell’ordinamento italiano, motivo per cui questa azione legale potrebbe rivelarsi una causa pilota: «È la prima volta in Italia che si chiede il riconoscimento del “danno punitivo” – ha spiegato ieri mattina l’avvocato Renato Ambrosio -, se si eccettua un caso giudicato in Alabama che riguardava un’azienda italiana, un caso di cui si era chiesto il riconoscimento alla Corte di Cassazione». C’è un motivo principale per cui gli avvocati dell’onorevole del Partito democratico hanno deciso di avviare un’azione parallela a quella penale rivolgendosi al giudice civile: «Riteniamo questo un caso unico per la gravità della condotta dell’azienda. Il caso di Boccuzzi è unico e uniche sono le condotte, così come lo è stata la formula del dolo eventuale nella condanna in sede penale. La risposta in sede civile poteva essere solo la richiesta del danno punitivo». L’intenzione è di “colpire” l’azienda nelle sue finanze per disincentivare il risparmio delle aziende nella sicurezza sul lavoro, provocando un effetto pedagogico e deterrente, diminuendo i comportamenti dannosi. «Affrontiamo la causa con umiltà, serietà e determinazione. Dal nostro punto di vista, la risposta civile al dolo eventuale riconosciuto in sede penale dalla Corte d’assise nel 2011 non può che essere una sanzione necessaria per impedire il verificarsi di fatti di tale gravità. La sola azione penale, infatti, non è sufficiente a creare giustizia».

Sarà l’azienda la controparte,e non uno dei suoi dirigenti, come l’amministratore delegato Harald Espenhahn, già condannato in primo grado a 16 anni di reclusione per omicidio con dolo eventuale. La richiesta di risarcimento è molto alta, milionaria, ma l’ex operaio mette in chiaro alcuni aspetti: «Non ne faccio una questione di denaro – ha affermato – ma di diritto, e non mi sono posto un obbiettivo sulla cifra da ottenere. Voglio cercare di tracciare una strada nuova per far sì che il riconoscimento di una somma possa disincentivare i risparmi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro».

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Non è reato partecipare a un corteo che degenera

Le motivazioni della sentenza sul processo contro due militanti No Tav. Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 18 settembre 2012.

Partecipare a una manifestazione che degenera e diventa violenta non può portare alla condanna per «concorso morale». Per questo la manifestante No Tav Elena Garberi è stata assolta dall’ accusa di lesioni e resistenza aggravata l’ 11 luglio scorso. Lo afferma il giudice Paola Trovati, presidente della V sezione penale, nelle motivazioni della sentenza per i fatti avvenuti al termine del corteo No Tav del 9 settembre 2011.

In quel processo, invece, è stata condannata a otto mesi di reclusione l’ altra imputata, Marianna Valenti, per resistenza a pubblico ufficiale. Contro di lei c’è la testimonianza chiave di un carabiniere di Susa che ha affermato di averla vista tirare oggetti e di averla seguita, ma ci sono anche le discordanze tra le dichiarazioni rese dall’ imputata dopo l’ arrestoe quelle spontanee fornite alla fine del procedimento. I tre magistrati (oltre Trovati c’ erano anche Diamante Minucci e Alessandra Salvadori) hanno sempre precisato che il processo non ha riguardato «le ragioni o i torti del movimento No Tav o di quello che invece si schiera a favore dell’ alta velocità»: «Garberi Elena e Valenti Marianna non vengono processate perché attiviste No Tav, ma esclusivamente perché accusate di aver partecipato a una legittima manifestazione di dissenso con modalità illegittime». E analizzando i fatti non emergono responsabilità della prima imputata.

Per essere condannata per «concorso morale», come aveva richiesto il pm Nicoletta Quaglino, Garberi, 40 anni, operaia e volontaria nella Croce Rossa difesa dall’ avvocato Gianluca Vitale, avrebbe dovuto istigare, agevolare le violenze o rafforzare il «proposito criminoso» dei partecipanti, ma non ha fatto nulla di tutto ciò, nessuno l’ ha vista comportarsi così, né ci sono prove. Inoltre la resistenza alle forze dell’ ordine e i lanci di oggetti non erano «un’ azione comune coralmente preordinata e condivisa» in cui i tutti i presenti cooperavano «quanto meno con incitamenti e slogan a sostegno e rafforzamento dell’ azione violenta altrui». La manifestazione «coinvolse persone aventi diverse matrici ideologiche, unite da un medesimo scopo, ma prive di unitaria sintonia di pensiero e di azione», motivo per cui bisogna «operare distinzioni tra coloro che intendevano dar legittimamente corpo, voce e visibilità a un movimento, e coloro che intendevano manifestare il loro dissenso in modo illegittimo».