Mese: luglio 2012

Morì di Aids per la trasfusione, 1,5 milioni agli eredi

Sono passati vent’ anni dalla morte del loro congiunto e solo adesso gli eredi potranno ottenerei risarcimenti. Glielo ha comunicato venerdì il Policlinico San Matteo di Pavia, condannato col ministero della Salute dalla Corte di Appello di Torino a pagare 1,5 milioni di danni per la trasfusione di sangue infetto da Hiv che provocò la morte dell’ uomo nel 1992. Si tratta di uno degli otto risarcimenti più alti mai raggiunti in Italia per una caso di trasfusioni. La sentenza – emessa a novembre dalla sezione civile – ha riconosciuto la responsabilità del Ministero (così come volevano gli avvocati della famiglia, Renato Ambrosio e Stefano Bertone) per non aver dato disposizioni sul controllo dei donatori di sangue.

Nel 1985 l’ uomo, un piccolo imprenditore alessandrino, fu sottoposto a un intervento di bypass aorto-coronarico e a molte trasfusioni di sangue. Per lui fu utilizzato anche sangue infetto da Hiv. «Già all’ epoca del contagio – scrivono i giudici Paolo Prat, Renata Silva e Tiziana Maccarrone – si sarebbe potuto conseguire il risultato di prevenire l’ insorgere dell’ infezione da Hiv proprio con l’ utilizzo di un test», il cosiddetto test Elisa già utilizzato in molti stati europei. Sebbene fosse in fase sperimentale, permetteva di individuare il virus «con un margine di errore del solo 30 per cento». Eppure il Ministero non fece nessun intervento significativo nell’ ambito delle trasfusioni. L’ uomo si ammala. A fine anni Ottanta inizia a perdere peso e ad avere i primi sintomi della sindrome da immunodeficienza acquisita. Nel maggio 1991 gli diagnosticano l’ Aids e nel febbraio 1992, all’ età di 59 anni, dopo circa 300 giorni di sofferenze, muore.

Nel 1997 i familiari chiedono un indennizzo al ministero e due anni dopo ottengono 150 milioni di lire, ma hanno il diritto a un risarcimento. Si rivolgono agli avvocati Ambrosio e Bertone, che cominciano una loro indagine con cui risalgono alla causa dell’ infezione: le trasfusioni effettuate durante gli interventi a Pavia. Nell’ aprile 2007 il Tribunale di Torino cita il Ministero e il Policlinico e due anni dopo li condanna a risarcire un milione e mezzo di euro. I due enti fanno ricorso, ma dopo la conferma della condanna capiscono che in Cassazione avrebbero poche speranze, così decidono di pagare. Venerdì il Policlinico ha emesso il mandato per il pagamento della sua quota, 800 mila euro, ed entro la metà di settembre il Ministero dovrebbe fare lo stesso.

Per anni violentata dallo zio, ma nella sua famiglia nessuno le crede

La donna ha trovato la forza di denunciare le molestie subite da bambina soltanto dopo essersi sposata. L’uomo è stato condannato a 4 anni per gli abusi sulla sorella della giovane: i reati contro di lei erano infatti prescritti. Da “La Repubblica”, edizione di Torino ed edizione on-line del 21 luglio 2012.
A lungo Luisa (nome di fantasia, ndr) ha dovuto sopportare in silenzio gli abusi e le molestie dello zio. Per anni nessuno le ha creduto, neppure i genitori: dicevano che erano fantasie di una bambina e di smetterla di raccontare bugie. Così per anni si è tenuta tutta dentro, ma dopo essersi sposata ha trovato il forza di denunciare le violenze subite e alla fine mercoledì ha ottenuto giustizia: l’uomo, un sessantunenne del Canavese, è stato condannato a quattro anni di carcere dal tribunale di Torino per l’accusa di violenza sessuale su minori.

Aveva solo undici anni quando gli abusi sono cominciati. Era il 1996 e le molestie sono proseguite fino al 2001. Tutti gli episodi sono avvenuti nella casa dello zio, quando lei andava coi genitori a trovare i parenti, oppure durante le vacanze nel paese di origine in Calabria. Nel frattempo, tra il 1998 e il 1999, lo zio aveva messo gli occhi pure sulla sorella, di otto anni più giovane. Luisa aveva provato a raccontare tutto ai suoi genitori, ma nella sua famiglia nessuno voleva ascoltarla. Alla fine si è rivolta solo agli assistenti sociali e ha tagliato i ponti con i parenti. Poi Luisa ha aspettato molto prima di denunciare tutto ai carabinieri. Ci è riuscita solo nel 2008, a 23 anni, poco dopo essersi sposata.
Sulla base di quella denuncia la Procura aveva cominciato un’indagine che, però, non riusciva a portare avanti: a distanza di anni era troppo difficile ottenere prove utili per imbastire un processo. È stato trovato solo un documento scritto dagli assistenti sociali a cui Luisa si era rivolta.

Nonostante quella prova però l’inchiesta è rimasta ferma per molto tempo e così il sostituto procuratore generale Vittorio Corsi ha deciso di prenderla in carico e portarla avanti fino al processo. Eppure neanche il dibattimento è stato facile: i parenti, chiamati a testimoniare, negavano tutto. Per loro Luisa e la sorella non avevano mai subito violenze dallo zio, né avevano mai raccontato nulla di simile. Per i familiari Luisa (assistita dall’avvocato Annalisa Baratto) era una bugiarda. A rendere più difficile il processo è intervenuta anche la prescrizione per la maggior parte degli episodi denunciati, ma non per quelli più recenti a danno della sorella minore, per i quali lo zio di Luisa ha ricevuto una pena di quattro anni. “Anche se non è stato condannato direttamente per quello che ha fatto a lei  –  ha spiegato l’avvocato Baratto  –  per la mia assistita è stato importante sentire condannare lo zio per quanto accaduto alla sorella”.

No Tav, arriva la prima sentenza Solo una donna condannata

Una delle prime sentenze per le manifestazioni No Tav del 2011. Da “La Repubblica”, edizione di Torino del 12 luglio 2012.

È una prima sentenza importante per il nuovo ciclo delle proteste No Tav cominciate lo scorso anno. Una sentenza a metà, che condanna per un episodio, ma assolve per molti altri. Ieri mattina il Tribunale ha inflitto una pena a otto mesi di reclusione a Marianna Valenti, 21 anni, militante No Tav, per l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale. La giovane è stata assolta dall’accusa di lesioni, mentre è stata assolta su tutta la linea Elena “Nina” Garberi, di 40 anni. Le due erano state arrestate il 9 settembre 2011 dopo una manifestazione davanti al cantiere del tunnel geognostico della Maddalena per la linea Torino-Lione.

La protesta era sfociata in alcuni scontri e le due donne erano state prese e tenute in carcere per tredici giorni. Poi Garberi e Valenti avevano avuto i domiciliari la prima e l’obbligo di dimora la seconda, misure attenuate all’inizio del processo con il divieto di dimora a Chiomonte e Giaglione, annullato solo il 7 giugno. Il processo contro di loro è cominciato il 4 aprile scorso e è terminato nel giro di tre mesi. La corte tutta al femminile, presieduta dal giudice Paola Trovati, affiancata da Alessandra Salvadori e Diamante Minucci, ha avuto un’attenzione costante ai fatti.

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La Corte dei conti dichiara il dissesto per Alessandria

Tante le anomalie della precedente giunta di Pdl e Lega, emerse dagli accertamenti sul bilancio preventivo del 2011 e sul rendiconto del 2010. Gravi le conseguenze per i cittadini: l’Imu salirà come le tariffe per i servizi, acqua, rifiuti, trasporti, mense, asili. Articolo per ilfattoquotidiano.it del 1° luglio 2012.

 Palazzo Rosso, foto di Renato Villa sul sito www.summagallicana.it

Il Comune di Alessandria è in dissesto finanziario. Fallito. Troppi debiti, circa cento milioni di euro, e nessuna soluzione per risanare il bilancio invertendo la tendenza. Sono le conseguenze della gestione della precedente giunta comunale targata Pdl e Lega, retta dall’ex sindaco Piercarlo Fabbio, indagato con l’ex assessore al Bilancio Luciano Vandone e l’ex ragioniere capo Carlo Alberto Ravazzano per falso in bilancio, truffa e abuso d’ufficio. Da Roma arriveranno dei commissari per risanare le finanze e permettere alla nuova giunta di Rita Rossa (Pd, eletta da poco più di un mese) di continuare ad amministrare. Prima però il Consiglio comunale deve approvare la situazione di dissesto, altrimenti il Comune sarà sciolto.

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